Relazione Mortale
UN GIALLO STORICO GEORGIANO
I Gialli di Alec Halsey, Secondo volume

Translator/Traduttore Mirella Banfi

Italian translation of Deadly Affair
Autunno 1763. Il diplomatico di carriera Alec Halsey è stato elevato al titolo di Marchese, un titolo che non desidera e che l’alta società non ritiene che meriti. E con il sospetto che abbia ucciso il fratello che ancora aleggia nei salotti di Londra, tornare a Londra dopo sette mesi di isolamento potrebbe essere un errore. L’inquietudine di Alec peggiora quando un vicario di nessuna importanza cade stecchito a una cena politica e suo zio Plantagenet, l’agitatore di folle, è picchiato e lasciato per morto in un vicolo. Quando scopre la vera identità del vicario, Alec sospetta che l’uomo sia stato avvelenato. Ma chi poteva volere la morte di un uomo di Dio, apparentemente innocuo, e perché?

Deluxe Trade Paperback  ISBN In uscita
Ebook  ISBN 9780980801392
Kindle ASIN  B0711PMQP5
Alec Halsey Crimini e Romanticismo Libro 1… I Gialli di Alec Halsey, Terzo volume…
eBOOK

   

Edizione Cartacea


In uscita
★★★★ Amazon (italia)
Bello! Questo libro è il seguito di Fidanzamento Mortale e devo dire che l'ho trovato migliore del primo libro, che comunque è molto bello. Adesso non mi aspetta che sperare che venga pubblicato il seguito. Brava Brant, che riesce a descrivere perfettamente anche i personaggi minori come Tam o Plantagenet Halsey.
—Faby




★★★★ Amazon (italia)
Sono felice d'aver scoperto questa autrice! Non posso che ripetermi, i libri di quest’autrice mi piacciano parecchio, peccato abbiano poca diffusione. Tutti i romanzi hanno uno schema che si ripete, all’inizio sono solo accennati dei fatti che rendono la storia un tantino incomprensibile, man mano che si va avanti con la lettura alcune cose sono chiarite e sembrano portatati verso una chiara soluzione, alla fine, quando tutta la trama è dipanata, si scopre che le cose non erano come sembravano. I suoi romanzi sono ricchi di suspense, sentimento e colpi di scena.
—tsukino




★★★★ Amazon (italia)
Ancora una volta la Brant per me è stata eccezionale. Romanzo che si legge senza un attimo di sosta. Da non perdere.
—Marina Conti Iennaco




ANTEPRIMA

LONDRA, AUTUNNO 1763

ALEC HALSEY aveva accettato l’invito a cena di Sir Charles Weir, presumendo di essere l’unico ospite. Ora invece, nel salotto dell’uomo politico, circondato da una dozzina di facce sconosciute, si trovò nel bel mezzo di una cena politica di partito. Gli altri ospiti erano tutti in qualche modo collegati al governo, riuniti per festeggiare il quinto anniversario dell’elezione di Sir Charles al parlamento, non diplomatici del Ministero degli Esteri, come Alec. L’ospite d’onore, il duca di Cleveley, due volte primo Ministro del Tesoro e attuale Segretario degli Esteri, doveva ancora scendere tra loro e Alec supponeva fosse questo il motivo per cui la porta a due battenti della sala da pranzo rimaneva chiusa.

Bicchiere di vino in mano, Alec si avvicinò a una finestra che guardava su Arlington Street e voltò la schiena alla sala affollata e rumorosa. Detestava le riunioni di questo tipo. Troppo intime. In una folla senza volto, si poteva restare anonimi e godersi la serata. Qui tutti conoscevano la storia della sua famiglia, avevano divorato sui giornali londinesi ogni scandaloso dettaglio delle macabre circostanze dell’omicidio del fratello con cui era stato in rotta. Nonostante il chiaro verdetto del medico legale, era Alec che la società biasimava per la morte del fratello, condannando così l’appena nominato marchese Halsey a una vita di sospetti.

Perché era tornato in città? Avrebbe dovuto restare nel Kent, dove aveva passato i sette mesi successivi alla morte del fratello, a rimettere in piedi la tenuta di famiglia. Avrebbe dovuto essere intento a visitare i suoi mezzadri e provvedere ai loro bisogni, non perdere tempo a mantenere i contatti con obesi e supponenti uomini politici e i loro sicofanti, che evitavano accuratamente di guardarlo negli occhi. C’era tanto da fare e da imparare su quell’eredità che non aveva voluto, e sapeva a malapena da dove cominciare.

Sorseggiò il vino e fissò una portantina, che si era fermata sui gradini della casa di città di Horace Walpole, rimuginando sul fato. Aveva passato la maggior parte della sua vita da adulto ai margini della buona società, come diplomatico sul continente, a parlare lingue straniere. La morte prematura del fratello aveva cambiato per sempre la sua vita ordinata. Desiderava davvero gestire la tenuta e occupare il suo seggio alla camera dei Lord? Sapeva così poco di entrambe le cose, che un incarico invernale a San Pietroburgo gli sembrava più attraente. Che cosa si supponeva che facesse con un marchesato che non aveva assolutamente desiderato e che i suoi pari ritenevano non meritasse? Eppure, era stato obbligato ad accettare con buona grazia il titolo appena creato. Come se passare dal titolo di famiglia di conte di Delvin a marchese Halsey potesse in qualche modo miracolosamente cancellare dalla memoria della buona società il suo collegamento con un fratello assassinato, che lo aveva odiato con una passione che sfiorava la pazzia. A suo vedere, buttargli addosso un marchesato gli aveva considerevolmente complicato la vita e aveva solamente accresciuto i sospetti.

Forse poteva chiedere una seconda missione a Costantinopoli?

Fu distolto dalle sue riflessioni dalla menzione del suo nome, in una conversazione sussurrata sopra la sua spalla sinistra. Origliare il resto fu inevitabile.

“Non so perché Weir lo abbia invitato,” si lagnò una debole voce maschile. “Non è uno di noi. E quando si considera che cosa a fatto al povero Ned… Beh!”

“Sir Charles ha i suoi motivi per tutto,” rifletté la sua compagna. “Mi chiedo…”

“Ovviamente Charles non riesce a vedere le cose le vediamo come noi, milady.”

“È piuttosto attraente, in un modo un po’ spigoloso. Lungo naso ossuto e grandi…”

Cosa? Niente cipria e un po’ di pizzo lo rendono attraente?”

“… profondi occhi azzurri,” finì Lady Cobham, con un sorrisetto, valutando Alec, dalle gambe muscolose ai riccioli neri come il carbone.

“Siete cieca! Si potrebbe tranquillamente prenderlo per unsauvage américain.”

“Sì, quella vecchia voce sul fatto…”

“Voce?”

“… che il suo vero padre fosse un lacchè negro di cui si era incapricciata Lady Delvin gli è rimasta appiccicata, no?”

“Gli è rimasta appiccicata, Caroline, perché quel diavolo scuro è un-un mezzosangue. Basta guardarlo, per capirlo!”

La donna fece un lungo sospiro. “Sì, basta guardarlo. Dicono che sia virile come un selvaggio…”

Ci fu un grugnito sdegnato. “Siete pronta per Bedlam, Caroline! Mio Dio! Quell’uomo è rozzo, incivile e irrispettoso! Al duca non piacerà vederlo qui stasera, nemmeno un po’.”

“Oserei dire che a vostro padre non piacerà, George, ma dato il protrarsi del lutto del duca per la duchessa, dubito che a Cleveley interesserà chi ha invitato a cena Sir Charles. I selvaggi possono avere gli occhi azzurri?”

“Siate ragionevole, Caroline,” Lord George Stanton infilò i suoi menti nella cravatta e disse con gravità: “Papà sta pensando di abbandonare il suo ruolo di capo del partito.”

La signora rimase senza fiato. “Non potete essere serio. L’ha detto per scherzo!”

“Il duca, mia cara Lady Cobham, non scherza mai, e nemmeno io. E non pensiate che il dolore di mio padre lo abbia reso cieco al mondo. Certamente avrà a che dire con Weir, per la sua mancanza di decenza per aver invitato un uomo che tutti sanno aver ucciso il suo stesso fra…”

“Oh, guardate, è finalmente arrivato,” esclamò Lady Cobham. Fece una risatina nervosa agitando il ventaglio, quando Alec la fissò direttamente. Ma quando Lord George si voltò verso la porta, abbassò il ventaglio di avorio intagliato, per evidenziare il seno spinto in alto dal corsetto, prima di voltarsi ad ammirare un ritratto a figura intera tra le due finestre. “Mi chiedo se sia un Reynolds…” Rimuginò, senza rivolgersi a nessuno in particolare, con un’occhiata furtiva di aperto invito ad Alec.

Un trambusto alla porta fece voltare tutti da quella parte. Il duca di Cleveley era arrivato. La diceva lunga sulla formidabile influenza politica e sociale dell’uomo, che la sua mera entrata avesse zittito tutti nella stanza. Fu subito circondato dai fedeli del partito, tutti che volevano essere notati, e Alec ebbe la soddisfazione di vedere il grand’uomo ignorare il suo figliastro, Lord George Stanton, per rivolgersi a un ecclesiastico con il colletto e i polsini lisi. Almeno, il duca non aveva intenzione di permettere all’arroganza di averla vinta sul senno, pensò con un sorriso beffardo.

Il pasto in sé non fu il penoso rituale che Alec si era aspettato. Tra le dodici portate ci furono parecchie discussioni politiche e diversi discorsi improvvisati, che lodavano i cinque anni di Sir Charles come membro del Parlamento per l’orribile distretto elettorale di Bratton Dene. E poiché Alec era seduto tra lo sciatto ecclesiastico, che lo ignorò, preferendo conversare con il gentiluomo alla sua destra, e Sir Charles, che era seduto a capotavola, cominciò a sentirsi più a suo agio. E con l’andirivieni dei due camerieri che offrivano le varie portate, ebbe l’agio di osservare gli altri ospiti.

Il duca di Cleveley era seduto direttamente davanti a lui e sembrava molto annoiato. Sua Grazia disse ben poco durante tutte le discussioni, piluccò appena dai molti piatti che gli mettevano davanti e continuò a bere senza sosta, anche se questo non sembrava in alcun modo diminuire il suo acume politico. Alec osservò che, ogniqualvolta il duca si stancava della conversazione, giocherellava con la tabacchiera e l’interlocutore la prendeva come l’indicazione che poteva abbassare la guardia ma, appena lo faceva, il grand’uomo interveniva con qualche critica caustica che faceva immediatamente ripiombare i commensali in un turbine di contro-argomentazioni. Alec non sarebbe mai stato d’accordo con la politica del duca ma questo non gli impediva di ammirare il grande politico all’opera. Ora capiva perché suo zio Plantagenet ritenesse il duca un avversario così di valore ed esasperante, e sorrise pensando a quello che avrebbe avuto da dire il vecchio gentiluomo a colazione la mattina seguente, quando Alec gli avrebbe raccontato chi c’era alla cena di Sir Charles Weir.

Sir Charles si chinò verso Alec.

“È tutto piuttosto noioso per te, temo. Non preoccuparti, quando le signore saranno uscite, noi uomini potremo berci un buon porto e rilassarci.” Diede un colpetto al paramani di velluto di Alec. “Sono lieto che sia venuto in città.”

“Avrei dovuto ricordarlo. A scuola riuscivi sempre a ottenere quello che volevi, di riffa o di raffa.”

Sir Charles alzò il bicchiere. “È quello che mi rende un politico così efficiente, mio caro Lord Halsey.”

Alec trasalì. Sette mesi non bastavano a sentirsi a suo agio nel sentirsi chiamare ‘milord’. Indispettito per aver permesso a una tale inezia sociale di irritarlo, buttò giù in un sorso il resto del vino. Alzando gli occhi, incontrò lo sguardo penetrante del duca. Alec restituì lo sguardo e il calore sulle sue guance fu rivelatore, perché il duca posò il suo bicchiere, prese la tabacchiera e gliela offrì attraverso il tavolo.

Alec scosse la testa. “Vi ringrazio, Vostra Grazia, ma non fiuto tabacco.”

Il duca inclinò la testa incipriata e rimise la piccola scatola d’oro sul tavolo. “Una delle molte eccentricità di vostro zio è il suo odio per il tabacco. Ho letto il suo pamphlet a questo riguardo con molto interesse. Vi ha educato lui, vero?”

“Sì, Vostra Grazia. Mi ha educato a formarmi le mie opinioni,” rispose Alec, sorpreso che il duca si fosse preso la briga di leggere qualcosa scritto da suo zio. “Semplicemente, non trovo di mio gradimento fiutare tabacco.”

“Ah,” disse il duca, accantonando l’argomento con un lungo sospiro, come se l’avesse improvvisamente annoiato. Alec trovava irritante il suo manierismo. “Ditemi che cosa pensate della questione di Midanich.”

“Esiste una questione Midanich, Vostra Grazia?” Chiese Alec. Sapeva che gli altri commensali avevano interrotto le loro conversazioni e ascoltavano intenti. “Presumevo che quel piccolo angolo di Europa fosse stato rimesso a dormire. L’Inghilterra ha messo fine all’occupazione francese del principato e l’invasione di Hanover è stata evitata, cosa che rappresentava l’obiettivo primario del vostro governo. Quindi la campagna è stata un successo per voi, Vostra Grazia…”

Il duca picchiettò la tabacchiera e aprì il coperchio di filigrana con un dito. Il suo sguardo rimase fisso su Alec, mentre valutava il suo commento, per decidere se conteneva qualche insinuazione ostile. Dopo tutto, la decisione del suo governo di cacciare i francesi e occupare Midanich aveva incontrato delle ostilità da entrambe le fazioni parlamentari. Lo zio di Alec Halsey, Plantagenet, era il suo critico più accanito. Ma Midanich confinava con Hanover, territorio sovrano inglese, perciò era imperativo tenere fuori i francesi. La mossa strategica si era rivelata vincente e aveva aiutato l’Inghilterra a vincere la Guerra dei Sette anni.

“Voglio considerare positivo il vostro commento, Halsey.”

“Com’era mia intenzione, Vostra Grazia,” rispose educatamente Alec.

Ci fu un lungo silenzio, interrotto solo dal rumore del duca che fiutava il tabacco. Toccò a Sir Charles interpretare l’atmosfera. Spinse indietro la sua sedia con un cenno al maggiordomo; segno che le signore dovevano ritirarsi in salotto. Il resto dei gentiluomini si alzò, ancora in silenzio, aspettando un segnale dal duca, che sembrava indifferente alla tensione che aleggiava intorno a lui.

Con la porta chiusa alle spalle delle signore, Lord George Stanton andò dall’altra parte della lunga stanza, accanto alla credenza, dove Sir Charles stava riempiendo la sua tabacchiera da uno dei barattoli decorati sopra il ripiano più alto di una armadietto di mogano. Gli altri gentiluomini si erano slacciati l’ultimo bottone del panciotto e si stavano sistemando per bere un goccio del porto che il maggiordomo aveva messo sul tavolo in grandi caraffe di cristallo.

Alec andò a sgranchirsi le gambe alla finestra, dall’altra parte della credenza, sfuggendo allo sguardo intenso di parecchi gentiluomini, che furono disorientati quando lo sciatto ecclesiastico si autoinvitò a sedersi accanto al duca. Il comportamento familiare del prete irritò quegli uomini, che aspettavano l’occasione di farsi conoscere meglio dal grand’uomo. Alec notò che irritava anche il figliastro del duca, che non riusciva a nascondere il suo disprezzo per il vecchio ecclesiastico. E due bottiglie di chiaretto gli avevano sciolto la lingua.

“Ascoltatemi, Charlie,” sibilò forte Lord George, con un singulto, “pensavo che avreste fatto qualcosa per quel tipo.”

“Che cosa suggerite che faccia con un prete, milord?” Rispose Sir Charles, con pesante sarcasmo.

“Che cosa ci fa qui?” Fu l’arrogante domanda.

“Non è stata mia l’idea di invitarlo. Pensavo fosse ovvio, perfino per voi,” rispose tagliente Sir Charles, rimettendo il coperchio su un barattolo di tabacco da fiuto. Rimise il barattolo e il suo compagno sugli scaffali. “E, per favore, abbassate la voce.”

“Non sono ubriaco, sapete,” disse Lord George, prendendo un pizzico di tabacco dalla tabacchiera che gli veniva offerta. “Grazie. Il vecchio barbagianni è venuto per restare. Riuscite a crederlo? Papà che permette a quel sudicio pezzo di sporcizia di risiedere a St. James Square? Ha la sua stanza, per l’amor del cielo!”

“Forse il suo dolore…”

“O, andiamo, Charlie!” Lo derise Lord George, con un altro singhiozzo. “Mamma mi manca quanto a lui ma questo non mi ha fatto andare fuori di testa. Sono passati dodici mesi e io dico che è un tempo sufficiente per affliggersi. Dopo tutto, non è che la mamma fosse una donna sana. È rimasta confinata nella sua stanza per buona parte dell’anno, prima di morire. Quindi non cercate di darmi a bere quelle stupidaggini circa il profondo dolore!”

“Milord, io…”

Lord George appoggiò una grassa mano sulla credenza, con la faccia tonda vicina a Sir Charles. “Sapete che cosa penso, Charlie.”

“No, io non cr…”

“C’è qualcosa sotto.”

“Cosa?”

“Ricatto.”

“È assurdo,” rispose Sir Charles con una risata falsa. “Che cosa potrebbe mai avere quel vecchio vicario su…”

“Voi pensate di sapere tutto quello che c’è da sapere su di lui solo che perché siete stato il segretario del grand’uomo per dieci anni? Allora ditemi perché mio padre concede il suo tempo a quel verme. Solo ieri, sono rimasti chiusi in biblioteca per tre ore. Tre ore, Charlie.”

Sir Charles prese Lord George per il gomito e lo tirò, in modo che avesse la schiena verso la stanza. “Non avete pensato che Sua Grazia potrebbe semplicemente star esaudendo un desiderio di vostra madre morente?”

Lord George ruttò. “Eh?”

Sir Charles fece un sorriso a labbra strette. “Se ricordate, milord, è stata la duchessa a chiedere di vedere il signor Blackwell. Proprio prima del suo declino finale, ha convocato il prete al suo capezzale. È stato lui a somministrarle gli ultimi riti.”

Cosa? Quel logoro signor nessuno al capezzale di mamma?” Era una novità per Lord George, che si voltò e guardò l’ecclesiastico dall’altra parte della stanza, che sembrava molto a suo agio con i nobili intorno a lui e si univa alle risate per i loro motteggi. “Perché l’ha fatto, mi chiedo?”

Sir Charles sospirò. “Non lo sapremo mai, ora e vi suggerisco di non infastidire il duca chiedendoglielo.” Si mise in tasca la tabacchiera, chiuse la credenza e girò la piccola chiave d’argento nella serratura. “Se Sua Grazia ritiene opportuno restare in contatto con un logoro signor nessuno, non tocca a noi fare domande.”

Lord George Stanton sbuffò e batté sulla schiena di Weir. “Sempre il fedele segretario, Charlie.”

Si allontanò con passo noncurante per unirsi agli altri. Sir Charles fece una smorfia di irritazione e si avvicinò ad Alec, con un sorriso pieno di rassegnazione. “Non devi far caso a Lord George,” si scusò. “È giovane e, deplorevolmente, non regge l’alcool come noi. Gli fa dire cose che non pensa. Blackwell non è così male.”

La risposta vaga di Alec e il fatto che andò immediatamente a presentarsi all’ecclesiastico diedero da pensare a Sir Charles. Se non fosse stato chiamato ad appianare una disputa su un punto di una legge, lo avrebbe seguito per sentire che cosa aveva da dire il suo vecchio compagno di scuola al logoro signor nessuno.

“Signor Blackwell,” disse Alec, “vi devo delle scuse.”

Il reverendo Blackwell sorrise e offrì ad Alec la sedia accanto a lui. “Davvero, milord?”

“Sì, mi sento piuttosto stupido, per non avervi riconosciuto a cena, ma ci siamo già incontrati; qualche mese fa, quando, su invito di mio zio, il consiglio dell’Orfanotrofio Belsay si è riunito a casa mia.”

“Sì, è vero. Perdonatemi se sorrido, ma so chi siete e ricordo bene il nostro precedente incontro. Ho pensato che fosse meglio lasciare a voi la scelta se confermare o meno la nostra conoscenza.”

Alec fu sorpreso. “Come avete potuto pensare che non avrei voluto far vedere che vi conoscevo? Ammetto di essere stato un po’ lontano dalla società da quando… Non vengo spesso in città, preferisco passare il mio tempo nel Kent, eppure, ho apprezzato enormemente quel pranzo, specialmente perché incentrato sull’Orfanotrofio Belsay.”

“I miei compagni del consiglio e io siamo onorati di essere stati nominati ma è vostro zio che fa girare le ruote, milord.” L’ecclesiastico colse l’espressione aggrottata di Alec e allargò le mani paffute in un gesto di simpatia. “Gli ultimi sette mesi non sono stati facili per voi. Mi dispiace. Un uomo senza la vostra tempra non ce l’avrebbe fatta. Eppure sono fiducioso, so che sfrutterete al massimo una circostanza che non avete creato voi.”

Alec alzò gli occhi dal pesante anello d’oro con sigillo che portava al mignolo della mano sinistra, con due rughe profonde a lati della bocca. “Grazie per il vostro sostegno, Blackwell.”

Il vicario annuì e si chinò sopra il tavolo per afferrare la tabacchiera più vicina. Era d’oro e identica nel disegno a quella del duca. “Carina, vero?” Disse, cambiando argomento. “Un regalo. Non mi è veramente mai piaciuto fiutare tabacco, finché non mi hanno regalato una buona miscela.” Ne infilò una presa generosa in una narice. “Ho sempre fumato la pipa. Ma così è più piacevole in compagnia.” Si infilò il resto nell’altra narice e si pulì le dita sulla manica della redingote.

Alec aspettò educatamente, anche se aveva parecchie cose da chiedergli. Non da ultimo, come mai stesse fiutando tabacco da una tabacchiera d’oro in un salotto elegante pieno di politici di alto rango, quando meno di un anno prima si occupava dei poveri derelitti nella parrocchia di St. Jude. Diede un’occhiata al duca, circondato dai fedeli del partito, curioso di sapere che collegamento poteva esserci tra un nobiluomo del più alto rango e questo povero prete malvestito di nessuna importanza. Il duca non si poteva certamente definire caritatevole. Il suo disprezzo per quelli socialmente inferiori a lui era ben noto. Era l’epitome di quello che Alec disprezzava di più del suo stesso ordine. Blackwell era un uomo onesto, dai modi gentili, senza pretese e ambizioni; una persona di poco valore, per un politico consumato come il duca. Strani compagni di letto, davvero.

“Milord, per favore, riempietemi il bicchiere,” disse l’ecclesiastico con un sussurro roco, tirando la cravatta logora come per cercare aria.

Alec obbedì, e un’occhiata a Blackwell gli disse che l’uomo non stava bene. Il volto aveva cambiato colore e sembrava di colpo terribilmente accaldato. C’erano gocce di sudore sulla sua fronte. Alec sentì il polso dell’uomo e fu sorpreso dalla rapidità del battito. Allentò la cravatta dell’ecclesiastico, cercando di farlo appoggiare allo schienale. Ma sembrò solo far peggiorare il vecchio. Blackwell lasciò ricadere la testa, mentre cercava di respirare dalla bocca rilassata. Alec aveva sciolto la cravatta e il panciotto dell’uomo ma Blackwell continuava ad annaspare, il suo ansimare era così forte che gli altri ospiti si accorsero delle sue condizioni e la conversazione e le risa cessarono.

Sir Charles si precipitò al fianco di Alec, chiedendo al suo maggiordomo di portare una caraffa d’acqua. Si rivolse al suo vecchio compagno di scuola per avere istruzioni, non sapendo che cosa fare con il corpo ansimante che si contorceva sulla sedia. “Che possiamo fare?”

“Fai venire un medico!” Ordinò Alec, cui sembrava che le braccia si stessero spezzando sotto il peso dell’ecclesiastico che si dimenava.

Proprio mentre lo diceva, Blackwell balzò in avanti e vomitò. Una grande massa puzzolente di cibo non digerito schizzò sulle gambe di Alec e ricadde in grossi grumi sul tappeto. Fu sufficiente per far arretrate gli spettatori. Un gentiluomo ebbe un conato di vomito, ficcò la testa nel vaso sotto il tavolo e seguì l’esempio dell’ecclesiastico. Alec controllò la propria nausea e riuscì a mettere in ginocchio l’ecclesiastico, che vomitò di nuovo. I grandi sussulti gutturali furono l’ultima goccia anche per gli stomaci più robusti e il cerchio di gentiluomini tutti intorno a loro si ruppe e si disperse. Lord George Stanton fece l’errore di sbirciare sopra la spalla di Sir Charles. La puzza lo colpì prima di vedere e barcollò all’indietro, e avrebbe perso l’equilibrio, se il duca non avesse afferrato il suo figliastro per il gomito, scaraventandolo su una sedia lì vicino.

Alec non sapeva proprio cosa fare per alleviare le sofferenze dell’uomo. Finché non si fosse trovato un medico, non c’era molto da fare, eccetto restare lì, impotente e a disagio. Sir Charles cercò di mettere un bicchier d’acqua davanti alle labbra secche del vicario, senza successo. Blackwell, il cui colorito normalmente giallognolo ora era rosa acceso, continuava ad ansimare, inconsapevole di quello che lo circondava e incapace di chiedere aiuto.

Poi, di colpo, le convulsioni cessarono, all’improvviso come erano iniziate. Ci fu un sospiro collettivo di sollievo per tutta la stanza. Blackwell era perfettamente fermo, con la testa pelata, ora senza la parrucca castana, piegata in avanti come in preghiera. Tirò un ultimo grande respiro tremolante e crollò, a faccia in giù, nel suo stesso vomito.

Era morto.

“CHE FINE ORRENDA per la serata,” si lamentò Lord George Stanton, riempiendosi il bicchiere di porto.

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