Nobile Satiro
UN ROMANZO STORICO GEORGIANO
Primo Libro—Della Saga Della Famiglia Roxton
Translator/Traduttore Mirella Banfi
Italian translation of Noble Satyr
Serie Roxton Libro 2… Serie Roxton Libro 3… Serie Roxton Libro 4… Eternamente Vostri, Le lettere della famiglia roxton, Primo volume: A compendio dei primi tre libri della saga della famiglia Roxton…
Francia e Inghilterra in un’era di edonismo e illuminismo. Una bellezza dagli occhi verdi viene abbandonata alla Corte di Versailles. Il rapace Comte de Salvan sta complottando la sua seduzione. Un avversario onnipotente la rapisce e la porta al sicuro. Ma è un nobile salvatore o un abbietto satiro?

Noble Satyr ha vinto il premio Woman’s Day/Random House Romantic fiction Prize di  10.000 $ ed è entrato nella rosa ristretta di finalisti come Romantic Novel of the Year  quando è stato pubblicato in Australia  con il titolo The Dangerous Game. Un romanzo classico nella tradizione di Georgette Heyer, rende omaggio al libro della Heyer These Old Shades, pubblicato in Italiano con il titolo:  La Pedina Scambiata.

Primo libro dell’acclamatissima Saga della famiglia Roxton
Un’avventura romantica con personaggi indimenticabili
Non esplicito (sensualità solo accennata)
Lunghezza: 116.000 parole

Deluxe Trade Paperback  ISBN 9780987375216 In uscita
Ebook  ISBN 9780987375117
Kobo   ISBN  1230000146253
Kindle  ASIN B009ADAT90 
eBOOK

   

   

Edizione Cartacea


In uscita
★★★★ Amazon (Italia)
Oh Renard! Dopo questo libro viene voglia di vedere il film Marie-Antoinette!! e viene tanta curiosità sulla corte di Versailles e sulle differenze fra le corti europee del tempo. Poi dopo che si legge tutta la serie, viene voglia di rileggerla da capo, per capire le cose tra le righe. Potrebbero fare un bel sceneggiato anche sul libro o su tutta la serie... Io lo comprerei! —Gavila



★★★★ Smashwords
Lucinda Brant è stata proprio una bella scoperta!I suoi romanzi sono ben scritti, realistici e credibili nell'ambientazione e nei dialoghi, romantici ma non stucchevoli, sensuali ma non troppo hot (insomma, ci vengono risparmiate quelle descrizioni iperdettagliate delle scene di sesso, ma alcune situazioni sono comunque cariche di sensualità).Dopo "La sposa di Salt Hendon" ho trovato anche "Nobile satiro" veramente delizioso. Nella Francia di Luigi XV una giovinetta insediata da un maturo e repellente Conte cerca rifugio presso un lontano parente, il Duca di Roxton, affascinante e incallito libertino… il quale dovrà a sua volta difendersi dalle insidie della giovinetta di cui sopra! Antonia, infatti, oltre ad essere dotata d grande bellezza, è una "monella" dall'intelligenza pronta e dalla lingua tagliente (a cui dà libero sfogo senza troppi filtri e censure): insomma, il maturo (ma gran figo!) Duca di Roxton non avrà scampo… Adorabili anche i comprimari, il simpaticissimo Vallentine in particolare! —Artemisia



ANTEPRIMA

LA FRANCIA DI LUIGI XV

IL CONTE DE SALVAN era fermo ai piedi del letto a baldacchino, nelle sue scarpe rosse dai tacchi alti e placava le narici offese con un fazzoletto di pizzo profumato al bergamotto. Era vestito per partecipare a un recital musicale, con una rigida giacca color oro, calzoni di seta aderenti con fibbie di diamanti alle ginocchia, una cascata di pizzo bianco finissimo ai polsi che scendeva a coprire le mani morbide e gli anelli con le pietre preziose. Il volto era dipinto, aveva i nei finti e non rivelava il disgusto e il disagio che le sue narici frementi osavano invece mostrare per il lezzo di malattia, e l’odore che arrivava dalle latrine che correvano appena oltre la porta chiusa di questo piccolo appartamento nei sotterranei del palazzo di Versailles.

Il suo occupante, un certo Chevalier de Charmond, gentiluomo, usciere del Re, languiva tra i cuscini di piume, con la testa rasata senza la parrucca, al suo posto un berretto cinese. Soffriva di grippe, ma essendo un ipocondriaco, era convinto di avere un’infiammazione ai polmoni. Il suo medico non era riuscito a convincerlo del contrario. Si soffiava costantemente il naso e sputava catarro in un catino che il suo paziente valletto svuotava a intervalli regolari. Si era fatto salassare due volte quel giorno ma niente riusciva ad alleviare il suo malessere. La presenza del Comte de Salvan prometteva una ricaduta.

Il Conte ascoltò le banalità del Cavaliere senza un sorriso e respinse le scuse dell’uomo con una mano languida. “Sì, è un grande onore che vi faccio, scendendo in questo buco puzzolente. Come fate a sopportarlo? Sono lieto che tocchi a voi e non a me vivere come un topo di fogna. Nessuna meraviglia che stiate male. Se lasciaste il letto e vi occupaste dei vostri compiti, vi sentireste meglio in un attimo. Ma è proprio da voi,” disse Salvan con la sua singolare voce nasale. Scrollò le spalle: “È decisamente inopportuno che vi siate messo a letto quando una certa faccenda di grande importanza per me è rimasta incompiuta. Se pensassi che non siete in grado di esaudire i miei desideri—”

“M’sieur le Comte! Io—”

“Per il bene di entrambi, ricordate, caro Charmond, per il bene di entrambi. Avrei potuto dare ad Arnaud o a Paul-René il privilegio di farmi questo piccolo favore. In effetti, non è forse vero che Arnaud deve fedeltà alla famiglia de Rohan perché io mi sono preoccupato di sussurrare qualcosa nell’orecchio di Sa Majesté? Non si può permettere che un parente, anche alla lontana, sposi un inferiore.” Continuò infilando una presa di tabacco nella narice sottile. “E Paul-René starebbe ancora grattando via il letame dagli stivali di Monsieur se non avessi messo io una buona parola in suo favore per farlo promuovere dal canile alle Petites Écuries. E ora osate restare lì sdraiato quando sapete benissimo che il mio più vivo desiderio deve essere soddisfatto immediatamente. Impazzirò certamente se non si farà presto qualcosa!”

Il Cavaliere cercò di sedersi e di apparire preoccupato quando il Conte cominciò ad alzare la voce. Assunse ostentatamente un’espressione di simpatia e scosse solennemente la testa. “Non potete sapere che sofferenza, che incubi ho sofferto per vostro conto, M’sieur le Comte. Sono rimasto qui, notte dopo notte, senza dormire, con la testa che pulsava per l’emicrania, respirando a fatica, e pensavo a voi, mio caro Conte, solo a voi. A come servirvi per il meglio. Come trovare una soluzione per i vostri tormenti. È stata una preoccupazione costante per il povero Charmond.”

“Allora, perché non potete fare questa piccola cosa per me?” Strillò il Conte. “Credete di essere l’unico di cui mi possa fidare? Lo credete davvero? Mi avevate promesso tre giorni al massimo e sono sette giorni che aspetto. E il tempo è ancora più importante adesso, perché il vecchio Generale sta morendo, ed è una certezza, questa volta. E non c’è niente di firmato. Niente di scritto. Niente di fissato finché non otterrete per me quello che voglio! Devo ottenere quello che voglio e lo avrò. Lo avrò! Sia che lo otteniate voi per me o che vada altrove—perché sorridete, eh?”

Il Cavaliere si soffiò il naso e gettò per terra il fazzoletto sporco. “Vi offro le mie più umili scuse M’sieur le Comte, se avete pensato che sorridessi di voi,” disse a bassa voce. “Non stavo sorridendo di voi, ma per voi. Ho in mente l’immagine della bella demoiselle e sono veramente felice per voi. Mi congratulo per la vostra fortuna. Non capita tutti i giorni di incontrare qualcuno come lei. Siete un uomo fortunato, M’sieur le Comte.”

La rabbia lasciò gli occhi di Salvan, che sorrise a mezza bocca, anche lui rivedendo con la mente l’immagine della ragazza. Un po’ del rossore svanì dalle guance imbellettate, e si gonfiò come un pavone. Inalò un’altra presa di tabacco, a lungo e assaporandola. “È una bellezza, vero? Charmond? Un seno tanto sodo e rotondo, una bocca come un bocciolo, capelli striati d’oro e occhi leggermente a mandorla, come quelli di un gatto. Molto particolari. E pensare che le sue delizie sono ancora intatte. Ah, mi viene duro solo a pensarci! Ma ve lo dico io, Charmond, le faccio un grande onore, veramente un grande onore. Io sono fortunato, vero, ma lei molto di più, per aver ottenuto una seconda occhiata da Jean-Honoré Gabriel de Salvan. Quando saprà l’onore che le viene fatto, sicuramente mi abbraccerà molto sinceramente e devotamente. Oh, Charmond, non vedo l’ora che—”

“—diventi la moglie di vostro figlio?” interruppe languido il Cavaliere, riportando il colore sul volto del Conte e riducendo i suoi occhi a due fessure. “Che giorno gioioso per la casata dei Salvan!” dichiarò il Cavaliere. “Ma un giorno ancora più gioioso per la bella demoiselle. Chi avrebbe mai pensato che la nipote del vecchio Generale giacobino avrebbe ricevuto un tale grande onore? Non lei, scommetto. Non può che esservi grata, mio caro Salvan. Vi abbraccerà! E vi dimostrerà la sua gratitudine? Certamente. Vi ripagherà nel modo in cui voi desiderate che faccia.”

“Non ne dubito ma—”

“Ma?” Il Cavaliere scrollò espressivamente le spalle: “Che cosa può andare storto?”

“Idiota!” ringhiò il Conte. “Se non mi farete avere quella lettre de cachet i miei piani andranno in fumo!”

Il Cavaliere gettò per terra l’ultimo dei suoi fazzoletti e suonò il campanello sul comodino per chiamare il lacchè. “Sto facendo tutto quello che posso, mio caro e buon Conte. Anche mentre parliamo sono certo che se ne stanno occupando. Il povero Charmond potrà anche essere allettato, sul punto di prendere la polmonite, ma continua a pensare solo a voi, mio caro M’sieur le Comte, e alla vostra situazione così disperata. Il povero Charmond spera solo, spera umilmente, che M’sieur le Comte non abbia dimenticato la sua—non così disperata—ma difficile situazione? Dopo tutto, e vi chiedo perdono per averlo anche solo menzionato, dato che so che non mi deluderete, un favore in cambio di un favore, è quello che avete promesso.”

Il lacchè entrò nella stanza con i fazzoletti puliti, il Cavaliere gli diede un ceffone sull’orecchio e si sentì meglio dopo averlo fatto. Si sistemò tra i cuscini, fingendo di interessarsi alle sue mani ma stava osservando Salvan e dentro di sé tremò all’espressione malvagia sul volto orrendamente deturpato dell’uomo; la biacca spessa e bianca mascherava appena le guance e il mento butterati. Ringraziò Dio di non avere mai avuto il vaiolo in forma tanto grave da sfigurarlo così. Si schiarì la gola e il Conte lo guardò.

“Perdonatemi per aver richiamato alla vostra memoria il nostro accordo, M’sieur le Comte,” disse il Cavaliere. “Avrete la vostra lettre de cachet. Spero che serva a rimettere in riga vostro figlio. Perché non voglia sposare una bella vergine, non riesco a capirlo. Deve essere un po’ matto, eh, Salvan?” Quando il Conte non rise, trasformò il sorriso in una smorfia. “Se non vorrà ancora fare quello che desiderate, una volta che gli sventolerete la lettre de cachet sotto il naso e lo sbatterete alla Bastiglia o a Bicêtre, finché ritroverà la ragione, dovrete ancora un favore a Charmond. Spero che M’sieur le Comte intenda onorare il suo impegno.”

“Onorarlo?” Gridò Salvan. Si avvicinò al letto facendo ritrarre il Cavaliere per la paura e abbassò la voce, sapendo che le pareti tra gli appartamenti erano sottili: “Come osate mettere in dubbio il mio onore!” sibilò. “La parola di un Salvan non è mai in discussione! Mi dite che avrò la lettre de cachet ed allora io vi informo che sto facendo tutto quello che posso per allontanare Roxton dall’orbita di Madame de La Tournelle! Il vostro compito è infinitamente più facile, Charmond. Avete qualche suggerimento su come sloggiare un amante consumato dal letto di una donna vogliosa? Ce l’avete? No! È quello che pensavo. E non cercate di gettarmi fumo negli occhi dicendo che siete voi che volete questo favore. È Richelieu che vi dà le direttive, no?”

“M’sieur le Duc de Richelieu?” disse il Cavaliere sbattendo gli occhi.

“Molto bene! Continuate a far il vostro gioco!” Disse sprezzante il Conte. “So che La de Tournelle vi interessa ben poco. O, per dirla tutta, è lei che non è il tipo di femmina che si interessi a un verme insignificante come voi—”

“M’sieur le Comte! Il vostro tono non mi piace! Sono stato insignificante per voi? No! Charmond ha avuto un grande valore per M’sieur le Comte!” Il Cavaliere si soffiò vigorosamente il naso, con un’espressione offesa.

Il Conte sospirò: “Come volete, Charmond.” Andò allo specchio nell’angolo e si contemplò criticamente, dalla parrucca da viaggio incipriata allo scintillio delle enormi fibbie di diamanti delle scarpe. Vanitoso, fu contento del proprio aspetto e questo migliorò il suo umore, come il pensiero di vedere la bella demoiselle al recital. “Confermo che mi siete stato di aiuto. Ma non ditemi che siete interessato a Marie-Anne de Mailly de la Tournelle. Non lo crederò mai! È Richelieu che la vuole, o la vuole per il Re e spera di comandare Louis per suo tramite. Così crede lui. Comunque sia, le sue manovre non mi interessano.” Diede un’occhiata al Cavaliere. “Vi dirò io perché volete che Roxton sia sloggiato dal letto di Marie-Anne: gelosia.”

“Ge—lo—sia?” Fu il turno del Cavaliere di strillare. Invece tossì e sternutì finché la faccia gli divenne bordò. Quando riuscì a parlare di nuovo, disse: “Come potete dirlo? Che cosa mi importa delle conquiste di Roxton? Lo ammetto, mio caro Salvan, trovo incredibile che un tipo come lui sia così ricercato nelle stanze da letto di Versailles e Parigi. Però è così. La sua reputazione eguaglia quella di Richelieu. Alcuni dicono che sorpassi le sue conquiste. Quale donna non ha alzato le coperte per M’sieur le Duc de Roxton? E di chi disdegna i favori, lui? Solo di quelle brutte e virtuose. E giacché di solito sono le stesse, mio caro Conte, il numerò è veramente infimo.”

Il Cavaliere assunse un’espressione disgustata, picchiando il pugno sul copriletto. “Perché? Perché le donne devono ricevere a braccia aperte questo Inglese che osa portare i propri capelli lungo la schiena come se fosse un conquistatore vichingo? Ha un gran becco per naso, spalle troppo larghe e gambe grosse come tronchi! E come per provocarci tutti oltre ogni limite, che cosa fa?” Continuò con la voce acuta. “Non tiene dei beagle o dei cani lupo o dei levrieri. No! Lui tiene gli whippet, quello strano incrocio tra levrieri e terrier. Giocattoli da signore! Tanto varrebbe andarsene in giro con due gattini con il collare di diamanti, che avere ai piedi quegli animaletti dall’aspetto ridicolo. Ah! Non intendo dire altro.” Si lasciò cadere contro i cuscini e si asciugò il sudore dalla faccia florida. “Dovete scusarmi, M’sieur le Comte. Devo farmi salassare—”

Salvan si allontanò dallo specchio e rimase in piedi accanto al Cavaliere, con gli occhi che luccicavano di segreto buonumore. “Ve ne state sdraiato a letto, sudando come un maiale a vomitare disprezzo sul mio cugino inglese, quando è quello che fa con questo,” e si afferrò i genitali, “E questa” sporse la lingua agitandola, “Il motivo per cui la delizia del vostro cuore preferisce le attenzioni di M’sieur le Duc de Roxton.”

“Voi lo difendete solo perché sua madre era una Salvan,” disse imbronciato il Cavaliere.

“Ed è giusto,” rispose altezzosamente il Conte, sistemandosi. “Non posso rispondere per i suoi antenati inglesi, eccetto confermare che sono di antico lignaggio. Un ducato inglese non è una cosa da niente. E sua madre, mia zia, era di impeccabile virtù e carattere nobilissimo e una Salvan per nascita. E questo basti! Cercate di non superare i limiti della mia pazienza, mio caro Charmond.” Aprì di scatto la tabacchiera d’oro e prese un pizzico di tabacco. “Le vostre osservazioni su Roxton mi divertono perché sono veramente realistiche ma attento a non scivolare quando scavate nel fango!”

“Perdonatemi, mio caro signor Conte,” disse il Cavaliere con cortesia eccessiva. “Ammetto di aver avuto qualche speranza che Félice mi avrebbe concesso certe libertà, finché non ha colpito l’occhio di vostro cugino alla Comédie Française. Ma non dispero di riuscire ad averla, sapendo che Roxton si stanca in fretta di prede così facili. Ma il risentimento non è l’unica ragione che ha causato il mio scoppio. Forse non è il caso che io esprima le mie preoccupazioni, a quest’ora. È tardi. Voi dovete presenziare al recital ed io, io sono stanco. È solo che—beh, no, non aprirò bocca—”

“Apritela! Apritela!” ordinò il Conte. “Non stuzzicatemi, Charmond. Avete sprecato il mio tempo a sufficienza questa sera e non sono per niente più vicino ad avere in mano quello che voglio.”

“M’sieur le Comte non ha preso in considerazione l’alternativa?” chiese compiaciuto il Cavaliere. “Sarebbe infinitamente più semplice se vi portaste a letto la bella demoiselle senza tener conto delle formalità. Perché dovete sposarla a vostro figlio prima di prenderla come amante? Non è forse il matrimonio di vostro figlio con la bella demoiselle la lisca che vi si è fermata in gola? Toglietela! Voila, ecco fatto.”

Il Conte di Salvan aveva una gran voglia di strangolare il Cavaliere de Charmond, ma trattenne i suoi istinti omicidi. Invece si batté il palmo sulla fronte incipriata e gemette ad alta voce. “Perché sopporto questo imbecille? Mon Dieu. Sono circondato da pazzi e da cialtroni!” Abbassò il volto fino a quasi toccare lo stupito Cavaliere. “Pensate che non ci abbia pensato? Ah! Siete troppo stupido. Non ho intenzione di spiegarvelo. Pensate che io sia un uomo senza onore? Io, un Salvan? Non vado in giro come M’sieur le Duc de Richelieu a sedurre donne non sposate, io. Assurdo! Devo pensare alla mia reputazione immacolata. Quello che devo al nome che porto. Quella febbre deve esservi entrata in quel poco di cervello che avete. Basta, ne ho avuto abbastanza!” Voltò sui tacchi per andare alla porta. “Avrò la lettre de cachet entro la fine di questa settimana—”

“Il vostro cugino tanto inglese ha messo i suoi occhi da satiro sulla bella demoiselle.”

Il Conte rimase immobile. Non si voltò né parlò, così il Cavaliere continuò dopo una pausa e una soffiata del naso rosso. “Voi pensate che io sia uno stolto e un cialtrone perché vi consiglio di tagliar corto con le formalità, ma vi dico, mio caro Salvan, che se non lo fate, la ragazza non varrà più gli sforzi che state facendo per farla entrare nel vostro letto, sposata o non sposata. Roxton l’ha notata e quindi è solo questione di tempo prima che la sua lingua—”

“Per la fine della settimana,” disse Salvan, senza girarsi e sbatté la porta.

Se il Cavaliere avesse avuto l’opportunità di vedere la faccia del Conte, si sarebbe rallegrato per l’effetto delle sue parole. Non avendola vista, si diede a riflessioni complesse e poi si consegnò nelle mani del suo medico per farsi salassare e ordinò al servitore di filare immediatamente in una certa suite nel palazzo per fare rapporto su quello che era trapelato durante la visita.

IL CONTE DE SALVAN fuggì verso i piani alti del palazzo. Lasciando dietro di sé il lezzo, si sforzò di lasciarsi dietro anche l’avvertimento del Cavaliere e indossare il suo volto pubblico più allegro. Trotterellò sul Grand Escalier verso il primo piano, attraversò il salotto Hercules, inchinandosi e sventolando il suo fazzoletto a tutti quelli che si accorgevano della sua esistenza. L’opulenza di questa grande stanza di marmo barocca gli era di conforto e respirò più facilmente. Si fermò a fiutare una presa di tabacco con due vecchi amici che poltrivano accanto a una colonna di marmo di Sarrancolin e cercò suo figlio tra la folla di nobili incipriati e infiocchettati che si aggiravano per l’Appartement. Non trovandolo, lasciò perdere il giovanotto lunatico, sperando di cogliere tra le centinaia presenti, il bel volto di quella che desiderava fare sua.">Alas, non era ancora arrivata.

Fu uno degli ultimi a entrare nell’Appartement. Era affollato, non riusciva a sentire l’orchestra e non aveva nessuna possibilità di vederne i componenti dal fondo della stanza. Individuò il Duc de Richelieu, appena tornato dall’esilio in Languedoc, e vicinissima al suo fianco, Madame de la Tournelle, che sventolava languida il ventaglio. La donna era risplendente in un abito di damasco blu, ricamato con grandi rami fioriti e mostrava il bel polso coperto di fili e fili di perle bianco latte. Il Conte non si accorse per parecchio tempo che il Duc de Roxton era in piedi al suo fianco.

“Non troverete quello che state cercando,” disse con la sua particolare cadenza strascinata il Duc de Roxton, con l’occhialino fisso su Madame de la Tournelle. “Non c’è quello che desiderate.”

Salvan di voltò di colpo a fissare l’impassibile profilo aquilino.

“Continuate a fissarmi come un allocco e dovrò andare altrove,” mormorò il Duca. “Mademoiselle Claude mi chiama con il ventaglio da mezz’ora. Stare seduto accanto a quel ghiacciolo è preferibile all’essere oggetto del vostro scrutinio, carissimo cugino.”

Salvan aprì di scatto un ventaglio di pelle di pollo conciata e dipinta e lo sventolò come se fosse una donna, con lo sguardo che cercava in mezzo al mare di seta e pizzi. “Essere abbandonati per quella megera sarebbe un insulto che non potrei sopportare, mon cousin. Mi avete semplicemente sorpreso.”

“Lo ripeto, la vostra ricerca sarà infruttuosa.”

“Ah! Mi vedete ispezionare i volti. Lo faccio sempre, non è niente,” disse Salvan con leggerezza. “Pensavate che stessi cercando qualcuno in particolare? No! Chi—Chi pensavate che stessi cercando?”

“Mio caro Salvan,” continuò languidamente il Duca, “Vostro figlio, il vostro devotissimo figlio.”

“D’Ambert? Sì-sì, ovviamente mio figlio!” disse Salvan sollevato. Si voltò verso lo spettacolo, in tempo per gli ultimi educati applausi. Quando il Re si congedò, Salvan prese a braccetto il cugino. Si allontanarono verso un angolo un po’ meno affollato della stanza per osservare meglio la folla che si disperdeva. “Quel terrificante rumore è finito, grazie al cielo. Vi stavate annoiando quanto me? Non rispondete. Lo so! Dove siete stato, mon cousin? Mi siete mancato nei corridoi del palazzo, questa settimana. Non ditemi che siete stufo di noi e restate a Parigi? O siete stufo di quello che c’è in offerta?”

Si inchinarono a una bellezza che passava, con i capelli acconciati in una vistosa creazione di piume e perle e le labbra dipinte di un delizioso rosso.

“Sta cercando di attirare la vostra attenzione, Roxton. Eccone una che potrebbe farvi passare la noia.”

“Madame non vale lo sforzo.”

Parbleu! Fortunati quelli che possono scegliere.”

Roxton fiutò una presa di tabacco e diede un colpetto col dito a un granello della fine mistura che si era posato sull’ampio paramano di velluto. Scrollò le spalle. “È ovvio che M’sieur le Comte non ha avuto il—ehm—privilegio di vedere Madame senza il suo trucco esperto e l’aiuto del bustino. Accomodatevi pure, se è di vostro gusto.”

“No! Non io!”

“No, i vostri gusti vi portano più verso le—ehm—non iniziate, vero, mio caro cugino?”

Ci fu una brevissima pausa prima che il Conte si lasciasse andare a una risatina nervosa. Diede un colpetto alla manica di velluto del Duca con le stecche d’argento del suo ventaglio. “È un bene, altrimenti i nostri sentieri si incrocerebbero e questo non sarebbe affatto un divertimento per me.”

“Potete restare tranquillo, mio caro,” disse il Duca tranquillamente, lasciando penzolare l’occhialino dal suo nastro. “Non ho mai avuto il desiderio di fare la bambinaia.”

Salvan arrossì suo malgrado e cambiò immediatamente argomento. “Avete visto Richelieu? È tornato a corte questa settimana. Dicono che lui e la Tournelle abbiamo in programma di far sloggiare la sua insipida sorella appena possibile. De Mailly non ne sa niente! Si troverà bandita prima di sapere che cosa stia succedendo e—”

“Mio caro, sono notizie vecchie,” lo interruppe il Duca. “Ma forse sono una novità per voi? Dovete passare meno tempo in agguato nei corridoi e un bel po’ più di tempo tra le lenzuola—”

“Come fate voi?” Rispose Salvan d’impeto, prima di riuscire a controllarsi.

Roxton gli fece un magnifico inchino. “Come faccio io,” confermò.

“Ah! Un nuovo tipo di approccio. Non ditemi che spendete le vostre energie in conversazione.”

“Non stavo per dirvi niente del genere, mio caro,” fu l’insolente risposta. Gli occhi neri del Duca osservarono la tempesta che attraversava il volto deturpato del cugino e rise piano, cambiando argomento. “Madame manda i suoi saluti,” disse educatamente. “Chiede quanto intendete visitare Parigi. È ansiosa di sentire gli ultimi pettegolezzi di corte, che io proprio non riesco a riferire. Le ho detto che vi avrei presentato la sua richiesta e vi avrei implorato di andare da lei. Vi imploro e ho fatto il mio dovere. Ora lascio tutto nelle vostre mani. Le sorelle mi spossano.”

La menzione dell’adorabile sorella del Duca trasformò immediatamente il Conte di Salvan, come si aspettava Roxton. Batté le mani deliziato. “Estée ha chiesto di vedermi? Non state scherzando?” Chiese, speranzoso e seguì il Duca mentre uscivano dall’Appartement e attraversavano la sala Hercules scendendo le scale. “È in buona salute? Sta ancora languendo in quel vostro tetro hôtel? Siete troppo crudele con lei, Roxton! Una simile bellezza merita di essere ammirata, di essere adulata e amata. Sono già più di sette anni che non viene a corte. È la vedova di Jean-Claude de Montbrail, il più decorato tra i generali di Louis. Se lui non fosse stato abbattuto nel fiore degli anni, Estée ora sarebbe a corte.”

“Sì, le ho proibito la corte. È un mio diritto.”

“Nonostante il dispiacere di Louis?” Sussurrò il Conte de Salvan, dando una veloce occhiata nervosa sopra la spallina imbottita. “Non riesco a dimenticare la vostra udienza privata,” continuò con un brivido. “Moi, io sono svenuto. Mi aspettavo una lettre de cachet, come minimo. Ringrazio Dio che non sia arrivata. Sua Maestà vi tollera ancora appena. Non dimentica mai questo tipo di affronti, mon cousin. Potrebbe ammorbidirsi un po’ se permetteste a vostra sorella di tornare a corte—”

“Non ho il minimo interesse per l’opinione che Louis ha di me.”

“M’sieur le Duc! Per favore!” Ansimò Salvan, con la voce rotta. “Non così forte, ve ne prego!”

Il Duca si fermò nel vestibolo che portava nel cortile di marmo per permettere al lacchè di aiutarlo a indossare la sua roquelaure dalle molteplici mantelline. “Lo ripeto, quello che il vostro Re pensa di me o delle mie azioni mi è supremamente indifferente. Dimenticate che sono di sangue misto. Solo una metà di me è francese, quella di mia madre. La mia fedeltà è rivolta al Re, tedesco di nascita, che siede sul trono inglese. Per quanto deplorevole possa essere questa circostanza, ha una sua ragion d’essere. E poiché sono un pari di quel regno, e non di questo, non devo rendere conto delle mie azioni al vostro signore e padrone. Se la mia presenza a corte vi innervosisce, mio caro cugino, sarò lieto se vorrete dissociarvi dalla mia famiglia.” Si inchinò educatamente. “Versailles non è posto per le persone dal carattere nobile, come mia sorella.”

Il Conte de Salvan traballò dietro di lui, uscendo, con un servitore munito di flambeau che si affrettava a seguirli. “E il resto di noi?”

“Quelli di noi di nobile nascita e senza fibra morale si divertono come possono. Vi auguro buona notte.”

A metà strada attraverso il cortile, due figure che si muovevano nell’ombra attirarono l’attenzione di Salvan, che trasalì. Cercò immediatamente di distrarre del Duca con qualche chiacchiera insignificante su una donna molto nota e il suo attuale amante, perfettamente conscio delle voci irate che attraversavano l’ampio spazio aperto arrivando dalla parte buia del cortile Reale. Ma il Duca di Roxton non si lasciò distrarre. Ascoltò il chiacchiericcio del cugino mentre si infilava un paio di guanti neri di capretto poi cambiò bruscamente direzione e si affrettò verso le voci. Suo cugino emise un suono di protesta che gli rimase in gola e lo seguì come meglio poteva sui suoi alti tacchi rossi.

Un giovane snello, elegantemente vestito in satin color pulce, sotto un cappotto pesante gettato negligentemente sulle spalle, e una ragazza con l’abito nascosto da un informe mantello di lana, troppo grande per la sua figuretta e che si trascinava nel fango, erano rincatucciati sotto un arco di mattoni rossi. Alla luce tremolante di un flambeau, sembrava che stessero discutendo animatamente, il giovane con un braccio teso verso il muro davanti a lui per impedire alla ragazza di andarsene.

Il Duca non si avvicinò tanto da disturbarli, ma mostrò abbastanza interesse da alzare l’occhialino. Il Conte de Salvan, che era barcollato sui ciottoli nelle sue scarpe rosse dal tacco alto, lo raggiunse quasi subito, era gelato fino al midollo, avendo lasciato il mantello all’interno e stava mentalmente maledicendo il suo defunto padre per aver permesso che il suo nome fosse per sempre legato a quello di una famiglia di eretici inglesi che lui incolpava di tutte le sue sfortune, passate e presenti.

“Permettetemi di spiegare,” disse roco Salvan, riprendendo fiato.

“Spiegare?” Disse languidamente il Duca. “Non ce n’è bisogno. Il vostro tanto devoto figlio ha l’età per essere responsabile delle sue azioni.”

~   ~   ~

IL VISCONTE D’AMBERT disperava di riuscire a far capire la ragione ad Antonia. Emise un grugnito impaziente e si guardò intorno nella notte scura. “Vi dico che è impossibile!” Dichiarò. “Che cosa c’è che non capite? Nell’attimo in cui lascerete il palazzo non potrò più proteggervi. Siete riuscita a evitarlo finora. Io dico di aspettare notizie da St. Germain. Quando sapremo come sta vostro nonno penseremo a qualcosa. Ve lo prometto.”

“Siete voi che non capite, Étienne!”

“Antonia, io—”

“Mio nonno sta morendo,” annunciò tranquillamente Antonia. “È andato a St. Germain per morire, non per andare a caccia, o a donne, ma per morire. È vecchio e infermo ed è arrivato il suo tempo. Così sia. Mi ritenete senza cuore perché dico la verità? Bene, è meglio che io capisca subito com’è la situazione e non permetta a stupide speranze di riempirmi la testa. E non dite che non è così! Non dite che devo sperare, lo dite solo perché sono una donna e pensate sia giusto proteggermi dalla verità. Questo tipo di galanteria è sprecata con me, Étienne.” Quando lui rimase in silenzio, rifiutandosi di guardarla, la ragazza cercò di portarlo dalla sua parte. “Non immusonitevi. Sapete che quello che dico è la ver—”

“—la verità?” Ripeté infuriato. “Sì, è la verità. Vorrei che non fosse così!”

“Se poteste portarmi a Parigi, so che riuscirei ad andare a Londra per conto mio. Vostro padre non mi troverebbe a Parigi, la città è troppo grande e ho del denaro che mi ha dato il nonno—”

“—per andare dove?” Il Visconte alzò un braccio in un gesto di disperazione. “È una follia, Antonia. Voi, una ragazza graziosa sola a Parigi, senza nemmeno una cameriera come chaperon? Che Dio mi aiuti! Non sopravvivreste un giorno.”

“Lo pensate davvero? Non ho paura di una grande città. Papà ed io abbiamo vissuto in molte città straniere e ci siamo divertiti immensamente.”

D’Ambert rise. “Solo una ragazzina ignorante avrebbe potuto darmi una risposta simile.”

“Avete diciotto anni, questo non fa forse di voi un bambino?” replicò Antonia.

Il giovane ignorò la verità di quello che aveva detto. “Siete mai stata a Parigi?”

“E questo che cosa significa?”

“Avete mai preso una diligenza da sola?”

“No, ma non sono così stupida da aver paura di usare i mezzi di trasporto pubblici.”

“E una volta che avrete preso la diligenza per Calais e per qualche miracolo sarete riuscita a imbarcarvi per Dover, allora? Presumendo che in nessuno di questi viaggi vi siate trovata nel minimo pericolo—un altro miracolo—allora? Non siete mai stata in Inghilterra. Dubito che sappiate parlare quella lingua barbara.”

“Sbagliato! La so parlare,” annunciò fiera Antonia. Il verso di disprezzo del Visconte la fece arrossire. “È passato parecchio tempo da che ho usato l’inglese con la mamma, ma—ma—riesco a leggere i giornali inglesi del nonno. E non è che non capisca quello che dice la gente. Quello è il problema minore.”

“Verissimo perché appena avrete messo un piede in una delle strade di Parigi, uno qualsiasi delle sue migliaia di malviventi vi rapirebbe. Prima di notte sareste rinchiusa in un bordello e i vostri favori sarebbero venduti al miglior offerente da una grassa ruffiana. È questo che volete?”

“La mia sorte non sarebbe peggiore se restassi qui.”

Il Visconte rimase a bocca aperta davanti a questa dichiarazione, ma non c’era niente che potesse dire per contestarla. Sapeva benissimo qual era il piano di suo padre e gli dava la nausea. Incolpava il Conte di Strathsay per tutti i suoi attuali guai. Il vecchio avrebbe dovuto lasciare Antonia a Roma con una governante severa fino al suo ritorno. Un convento era il posto più adatto a ragazze della sua classe sociale, al sicuro da degenerati come suo padre. Ma quale convento l’avrebbe accettata, quando lei rifiutava testardamente, nonostante l’ira di suo nonno, di abbracciare la sola vera fede?

Avrebbe voluto che le sue mani smettessero di tremare. Si sentiva accaldato e sudato col cappotto nonostante il vento gelido che soffiava attraverso l’arcata. Il suo valletto avvicinò una lunga candela quando cominciò a frugarsi nelle tasche in cerca della sua tabacchiera. Due pizzichi della mistura e il tremore sarebbe passato e si sarebbe sentito più calmo, in grado di pensare a che cosa fare dopo. Ma che cosa poteva fare? Che cosa doveva fare? Perché suo padre non poteva trovare un altro diversivo per occupare il suo tempo? Ma il visconte conosceva la risposta. La grande bellezza di Antonia andava di pari passo con una forte volontà e una fortissima e ingenua gioia di vivere. Ed era vergine. Una merce molto rara in un posto come Versailles. Attrattive molto forti per un sazio libertino come suo padre. E quello di suo padre non era l’unico occhio cinico che scrutava Antonia, pensò d'Ambert, deprimendosi ancora di più.

Antonia gli toccò un braccio. “Allora mi porterete a Parigi?”

“Sapete perché non posso. Mio padre mi ha minacciato con una lettre de cachet.”

“Non ci credo. È vostro padre, non il vostro carceriere. Perché dovrebbe fare una cosa del genere? Siete il suo unico figlio. È incredibile.”

“Vi mentirei, forse?” Le chiese.

Antonia lo guardò francamente, trasparenti occhi verdi che scrutavano il suo volto sudato e scosse la testa. “No, non mi mentireste, Étienne. È veramente abominevole che vi minacci in questo modo. Vorrebbe dire la Bastiglia?”

“O qualunque altra prigione indicata nel mandato. Le puzzolenti celle sotterranee del Château Bicêtre, se serve ai suoi scopi. Là c’è il buio più assoluto. Una morte in terra! E a piacere del Re. Non potrei sopportarlo.”

“Non vi manderebbe mai là,” disse fiduciosa Antonia anche se il pensiero di tali posti di tortura la faceva rabbrividire.

“Salvan non si fermerà davanti a niente per ottenere quello che vuole,” disse il Visconte, scoraggiato. “Vuole voi e dice che vi devo sposare. Forse—”

Antonia sbatté gli occhi. “Ma io non voglio proprio sposarvi.”

“Potreste fare di peggio che imparentarvi con la mia famiglia!” Si scaldò immediatamente Étienne.

Antonia ridacchiò: “Oh, non fate quella faccia offesa. Quando avete quell’espressione mi ricordate l’Arcivescovo di Parigi.”

Il giovane arrossì e sorrise. “Mi dispiace. È che—se non fosse per i piani di mio padre, forse potreste prendermi in considerazione?”

“No,” dichiarò la ragazza. “Io non vi amo, Étienne. Mi dispiace. Quando mi sposerò sarà per amore. Mio padre e mia madre si sono sposati per amore ed io non accetterò niente di meno.”

Il visconte si inchinò, beffardo. “M’sieur d’Ambert ringrazia mademoiselle per la sua franchezza. Mademoiselle ha un approccio molto nuovo al matrimonio. Forse è la mia persona che la offende? Non sono abbastanza alto? Troppo giovane? Preferisce gli occhi castani agli occhi azzurri? Oppure mademoiselle punta più in alto? Il mio nome e il mio lignaggio sono impeccabili ma erediterò solo il titolo di Conte. Forse è il tabouret che volete? Sì! Volete un Duca! Eh?”

“Ora state comportandovi in modo infantile,” rispose Antonia, senza accalorarsi. “È quando siete così che non mi piacete.” Cercò di allontanarsi ma il visconte le bloccò la strada. “Lasciatemi passare Étienne. È tardi e Maria mi sgriderà se non torno prima che vada a messa.”

“Infantile, io?” Chiese e le afferrò il braccio sotto il mantello. “Voi, che siete agli ordini di una puttana—”

“Maria non è niente del genere!”

“No? È l’amante di vostro nonno?”

“Sì—”

“Sì?”

“Lei lo ama, Étienne.”

“Siete una bambina. Una puttana è una puttana. Maria Casparti è una puttana. Una puttana veneziana.”

“Lasciatemi andare! Mi fate male!”

“Forse la piccola Antonia ha un particolare nobile in mente?” La stuzzicò il visconte, con un sorriso di scherno, torcendole il braccio. “È per questo che mi scarta tanto facilmente. Lasciatemi pensare a chi può aver fatto colpo su di voi—”

“A voi non interesso nemmeno,” disse Antonia, esasperata. “Solo tre settimane fa eravate innamorato cotto di Pauline Alexandre de Rohan. È una ragazza molto bella ed educata e so che se l’aveste corteggiata vostro padre non si sarebbe opposto a una simile unione. Piacevate anche a lei—”

“Forse mademoiselle preferisce gli uomini ai ragazzi? Cavillate sulla mia età?” La pungolò il visconte. “Qualcuno dell’età e con la reputazione del mio cugino inglese vi intriga, vero? Una volta mi avete fatto un mucchio di domande su di lui e so che siete andata di nascosto a vederlo tirare di scherma nel Cortile dei Principi. Vi ho fatto seguire. Il mio cugino inglese è molto bravo con la spada. E’ uno dei migliori di Francia. Ed è anche andato a letto con tutte le donne di questo palazzo!”

“E allora? Lo hanno fatto anche i tre quarti dei gentiluomini di corte!”

“Io non faccio parte di quel numero” Disse altezzosamente il visconte.

Antonia gli sorrise. “Pazzo Étienne. È quello che ho ammirato di più in voi, sin dall’inizio. Ora per favore lasciatemi andare. Sono sicura che mi avete lasciato un livido sul polso.”

Il visconte rise imbarazzato e le strinse ancora il polso prima di lasciarla andare. “Ho un pessimo carattere,” disse con una scrollata di spalle. “Non fatemi arrabbiare e non vi farò del male, pazza Antonia. Se avete un livido, mi dispiace. Forse domani avremo notizie da St. Germain. Diversamente da voi io non dispero—che c’è?”

Antonia aveva sentito l’eco di tacchi alti attraversare il cortile deserto e aveva visto il valletto del Visconte trasalire. Raccolse il mantello che le era caduto dalle spalle per il trattamento brusco di d’Ambert e se lo gettò in fretta sopra il vestito, senza preoccuparsi del fango e della sporcizia raccolta sui ciottoli che le schizzò le sottane.

“Ascoltate, Étienne,” sussurrò. “Se ci scoprissero—”

“Troppo tardi,” rispose d’Ambert e uscì nella pallida luce arancio.

IL VISCONTE OSSERVÒ la luce di un flambeau che cresceva mentre attraversava il cortile e tre figure che emergevano dall’ombra. Si irrigidì e si mise Antonia dietro la schiena mentre salutava gli intrusi con un rigido inchino. Non osò guardare suo padre, alle spalle del Duc de Roxton. “Buonasera M’sieur le Duc,” disse educatamente.

Prima che fosse reso il saluto, il Conte de Salvan si lanciò su suo figlio. “Che cosa ci fate qui?” Chiese, sussurrando in falsetto. “Non vi avevo avvertito? Non immischiatevi nei miei affari. Rovinerete tutto! Tutto.”

“M’sieur, lasciate che vi spieghi—”

Taisez—vous!” ringhiò il Conte, trasformandosi poi nel gaio cortigiano a beneficio di Antonia. “Mademoiselle Moran, permettetemi di scusare il comportamento sconsiderato di mio figlio. Portarvi fuori in una notte così fredda è imperdonabile. È uno zuccone, uno stupido sventato. Soffrirei le pene d’inferno se dovessi pensare che questo inutile pezzo della mia carne vi ha causato il minimo disturbo.”

Fece un passo avanti ma Antonia si ritrasse, e suo figlio si eresse, fiero, esasperando l’ometto, il cui volto dipinto restò fisso con un sorriso ingraziante.

“Davvero, non dovete avere paura di Salvan, che pensa solo al vostro benessere e a come servirvi meglio.” Lanciò un’occhiata minacciosa al figlio che restava immobile, senza battere ciglio. “Che cosa vi ha detto mio figlio perché abbiate paura del povero Salvan?”

“Perdonatemi, M’sieur le Comte, ma quello che discuto con M’sieur d’Ambert non è affar vostro.”

Il sorriso di Salvan si fece più tirato. “Scusate, mademoiselle, ma quando mio figlio si mette in testa di avere un incontro clandestino con donne senza chaperon e molto belle, è proprio affar mio.” Disse, inchinandosi con formalità.

Antonia era un po’ nervosa perché il Duc de Roxton continuava a fissarla in quel suo modo languido attraverso l’occhialino, ma questo non le impedì di rispondere al Conte. “Perdonate, M’sieur le Comte, non mi ero resa conto che la vita di M’sieur le Comte fosse così noiosa da aver bisogno di spiare quella di suo figlio.”

Invece di offendersi, il Conte de Salvan batté le mani, deliziato. “Non è una ventata di aria fresca, Roxton? Che spirito, e in una ragazza così giovane! Mademoiselle è divina. Non siete d’accordo, mon cousin? Che cosa ci dirà, ancora?”

Il Duca ignorò l’esuberanza di suo cugino e lasciò cadere l’occhialino. La testa tenuta altezzosamente alta e il luccichio insolente degli occhi verdi lo irritavano. “Mancate di buone maniere,” disse ad Antonia e si voltò verso l’oscurità. “Accompagnatemi alla mia carrozza, Salvan,” ordinò. “Il ragazzo può scortare la ragazza alla sua nursery.”

Salvan rimase a bocca aperta curvando le spalle. “Ma, mon cousin—”

“Scusatemi, M’sieur le Duc,” ribatté Antonia, “Ma dato che rifiutate di riconoscere la nostra parentela, non avete il diritto di commentare le mia maniere.”

“Antonia, no,” sussurrò il visconte e sentì che gli si piegavano le ginocchia per il nervosismo quando il Duc de Roxton, che non aveva ancora fatto due passi, si voltò e si mise davanti ad Antonia. Il visconte tirò la manica della ragazza perché si mettesse dietro di lui, ma lei non cedette. Rimase coraggiosamente accanto a lui, e la traccia di colore sulle sue guance pallide fu l’unico segno del suo nervosismo. “M’sieur le Duc, vi prego di perdonare Mademoiselle, lei è—”

“Zitto, d’Ambert,” sibilò il Conte de Salvan. “Se qualcuno deve scusarsi a nome di mademoiselle, quello sono io, sciocco!”

Padre e figlio furono ignorati.

“Diversamente dal mio buon cugino, io non trovo divertente mademoiselle,” enunciò il Duca gelidamente, con la rabbia repressa che si rifletteva negli occhi neri che fissavano la ragazza. “Fraintendete l’insolenza con lo spirito. Qualche altro anno a scuola potrebbero correggere il difetto.”

Antonia finse di assumere un contegno più modesto e abbassò le ciglia con un sospiro di rassegnazione. “Purtroppo non avrò la possibilità di correggermi, M’sieur le Duc,” rispose sconfortata, con una rapida occhiata al Conte de Salvan, “Cioè… a meno che M’sieur le Duc non riconosca il nostro legame di parentela—”

Il Duca colse il significato del suo sguardo ma non si lasciò confondere dalla sua finta umiltà. Vide la fossetta nella sua guancia sinistra e capì che cosa stava cercando di fare. Lo irritò più di quello che avrebbe dovuto. Non si sarebbe lasciato forzare la mano, da nessuno e certamente non da quello scricciolo impertinente i cui capelli in disordine e l’abito inadatto erano più consoni a una monella di strada che alla nipote di un pluridecorato Conte e Generale. Digrignò i denti. “Voi non siete una mia responsabilità.”

“Certo che no,” proclamò il Conte de Salvan, con una risata di forzata allegria, portandosi il fazzoletto profumato alle narici sottili ma tenendo d’occhio l’espressione implacabile del Duca. “Mademoiselle ha un nonno che ha a cuore solo il suo interesse. Enfin. Lasciate che vi scorti alla vostra carrozza, mon cousin, prima che ci ammaliamo tutti in questa aria notturna.”

“Gli interessi di mio nonno non concordano con le ultime volontà e il testamento di mio padre,” dichiarò Antonia al Duca, ignorando il Conte. “Mio padre, lui, ha mandato a M’sieur le Duc una copia del suo testamento da Firenze, prima della sua ultima malattia.”

Che Frederick Moran gli avesse mandato una copia del suo testamento era una novità per il Duca e nei suoi occhi fu evidente la sorpresa. Però la ragazza continuava a guardarlo con i suoi trasparenti occhi verdi, occhi che lo accusavano, come se avesse letto e deliberatamente ignorato gli ultimi desideri di suo padre e dovesse renderne conto a lei. Creatura insolente. Non le avrebbe dato la soddisfazione di una risposta e con un piccolo cenno della testa al Visconte d’Ambert, voltò sui tacchi, indicando al Conte di seguirlo.

Con un piccolo sorriso scaltro, Antonia guardò il Conte camminare a grandi passi verso l’oscurità, sorda al monologo del Visconte su come le sue cattive maniere li avrebbero messi entrambi nei guai. Il Duca poteva essere arrabbiato con lei e, in effetti, l’espressione del suo volto suggeriva che se n’era lavato le mani una volta per tutte, ma Antonia era soddisfatta perché il loro incontro di quella notte, diversamente dalla mezza dozzina di lettere che gli aveva scritto riguardo alla sua difficile situazione, gli aveva finalmente fatto rimordere la coscienza.

Fiduciosa che avrebbe presto lasciato Versailles, decise che non c’era tempo da perdere. Doveva assicurarsi che il suo portmanteau fosse pronto per la fuga da Versailles e la minacciosa orbita del Conte de Salvan. Al ballo in maschera nella Galerie des Glaces, due giorni dopo: ecco quando avrebbe forzato la mano al Duc de Roxton. Sorrise della propria furbizia e raccogliendo l’enorme mantello intorno alla figura sottile, corse attraverso il cortile di marmo verso gli edifici del palazzo, gridando al Visconte che lei correva fortissimo e che sarebbe arrivata per prima all’appartamento di Maria Casparti.

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