Matrimonio Di Mezzanotte
UN ROMANZO STORICO GEORGIANO
Secondo Libro—Della Saga Della Famiglia Roxton
Translator/Traduttore Mirella Banfi
Italian translation of Midnight Marriage
Serie Roxton Libro 3… Serie Roxton Libro 4… Serie Roxton Libro 1… Eternamente Vostri, Le lettere della famiglia roxton, Primo volume: A compendio dei primi tre libri della saga della famiglia Roxton…
Due nobili adolescenti vengono uniti in matrimonio contro la loro volontà. Drogata, Deb non ha nessun ricordo dell’avvenimento. Caduto in disgrazia, Julian è bandito sul Continente. Nove anni dopo, Deb si innamora di un duellante ferito, per scoprire solo dopo che è suo marito, ritornato in incognito! Riuscirà Deb a perdonare il crudele inganno? Il loro matrimonio riuscirà a sopravvivere oltre la seduzione? Nel frattempo, la nemesi di Julian complotta per distruggere entrambi.

Ambientato nel mondo opulento dell’aristocrazia del diciottesimo secolo e ispirato a eventi reali, Matrimonio di Mezzanotte è il secondo libro, che si può leggere indipendentemente dagli altri, dell’apprezzata saga della famiglia Roxton. Con la sua prosa arguta e una vasta tavolozza di dettagli storici, Lucinda Brant ci regala un’altra sontuosa esperienza nel diciottesimo secolo nel suo stile peculiare: drammi strappalacrime e lieto fine.

Secondo libro dell’acclamatissima Saga della famiglia Roxton
Un’avventura romantica con personaggi indimenticabili
Non esplicito (sensualità solo accennata)
Lunghezza: 100.000 parole


Deluxe Trade Paperback  ISBN 9780987375223 In uscita
Ebook  ISBN 9780987375124
Kobo   ISBN  1230000146284
Kindle  ASIN B009NGK7X2  
eBOOK

   

   

Edizione Cartacea


In uscita
★★★★ Amazon (Italia)
Bello! Forse anche più bello di Nobile Satiro. Con questo secondo capitolo sono prese decisamente le distanze da La Pedina Scambiata della Heyer (mi chiedo se i riferimenti ai boschi di Avon, dove la coppia s’incontra in età adulta, ne sia un omaggio) con un romanzo del tutto originale e che ha un po’ più l’impronta dello stile di quest’autrice, visto nei libri delle altre due serie (che sono successive a questa). Lo consiglio come tutti i libri di questa scrittrice —tsukino



★★★★★ Amazon (Italia)
Brant una garanzia: Davvero bellissimo lo consiglio alle inguaribili romantiche con uno scorcio sulla vita del'700 davvero ben fatto complimenti spero che vengano tradotti in Italia anche gli altri romanzi —Amazon Customer



ANTEPRIMA

BATH, INGHILTERRA, 1769

JULIAN HESHAM pensò che era morto ed era andato in Paradiso. Ma gli angeli non punteggiavano il suono della loro arpa condannazione e accidenti. Supponeva che la musica in Paradiso dovesse essere un gentile pizzicare di corde, e la melodia più un largo che un allegro. Non era molto portato, musicalmente, ma la cacofonia che assaliva le sue orecchie era un pezzo musicale frenetico che gli irritava i nervi. Se doveva lentamente dissanguarsi a morte, molto meglio farlo nella pace e nel silenzio di una mattina di primavera, con solo i suoni della foresta che si svegliava. Desiderò che il musicista fosse lontano mille miglia. Che il violinista potesse essere la sua salvezza non gli passò nemmeno per la mente. Non gli venne nemmeno in mente di chiedere aiuto. Se non fosse stato per le note musicali stonate del violinista che lanciava insulti, avrebbe potuto benissimo scivolare in un sonno ininterrotto.

Era accasciato contro una betulla. Per un osservatore casuale poteva avere l’aspetto di un gentiluomo che stesse smaltendo gli effetti di una serata di bevute. Le lunghe gambe muscolose erano allungate davanti a lui, la cravatta e il panciotto di seta ricamata erano in disordine, gli stivali infangati e il forte mento quadrato era appoggiato al petto; una ciocca dei folti capelli neri, sfuggita al nastro, gli ricadeva sugli occhi. Il braccio destro era mollemente appoggiato a terra tra le foglie secche e accanto c’era lo stocco che aveva scartato. La mano sinistra era infilata sotto il panciotto fiorato e teneva un fazzoletto piegato in un posto appena sotto le costole dove un affondo del fioretto del suo avversario era entrato profondamente nel muscolo.

All’improvviso, la musica si fermò. Il bosco era di nuovo in pace. Julian sospirò di sollievo. Nel silenzio si sentì il suono inconfondibile del cane di una pistola che veniva armato e questo gli fece alzare il mento. A un metro di distanza, sul bordo della radura c’era un giovane con una redingote di velluto azzurro, con una viola, non una pistola in mano. Julian immaginò che dovesse avere intorno ai nove anni; la stessa età del suo molto più giovane fratellino.

Quando il ragazzo-musicista si infilò la viola sotto il mento e mise nuovamente l’archetto sulle corde, Julian scosse la testa e mise fine al recital prima che cominciasse. Non aveva intenzione di ascoltare altri suoni stridenti per quanta curiosità avesse di sapere quale sarebbe stata la prossima mossa del musicista.

“Sono sicuro che sarai bravissimo, stasera, ma non potresti esercitarti altrove?” chiese in tono cordiale. Quando il ragazzo-musicista girò sui tacchi, quasi lasciando cader l’archetto, aggiunse: “Ai tuoi piedi.” E sorrise debolmente quando il ragazzo fece involontariamente un passo indietro. “Fammi il favore di prendermi la giacca. È dietro di te… C’è una fiaschetta… Nella tasca destra…”

Il ragazzo-musicista si tolse la viola da sotto il mento. “Perché volete la fiaschetta? Sembra che abbiate già bevuto abbastanza.”

“Che maniere deplorevoli hai”, si lamentò Julian, aggiungendo, quando il ragazzo-musicista continuò a esitare. “Non ho intenzione di farti del male. E anche se fossi un bandito di strada sono troppo conciato per cercare di fare qualcosa.”

Il discorso fu una fatica e il respiro di Julian si fece difficoltoso. Il ragazzo-musicista vide uno spasmo di dolore passare sul bel volto e si chiese che cosa doveva fare. Il volto dell’uomo era troppo pallido, la bocca forte troppo blu e il respiro, ora, era corto e affrettato. Fu allora che il ragazzo-musicista vide la macchia scura che si stava allargando da sotto il panciotto macchiato.

“Buon Dio! È ferito!” arrivò il grido e con una voce tanto diversa da quella del ragazzo-musicista che Julian, con un supremo sforzo di volontà, alzò gli occhi. Due occhi castani lo guardavano preoccupati e una fresca mano femminile gli toccò la fronte.

Julian sorrise e svenne prontamente.

“Dannato pazzo”, borbottò la giovane donna, mettendo da parte la pistola e affrettandosi a svitare il tappo di una fiaschetta d’argento con il monogramma che le aveva passato il ragazzo-musicista. Alzò gli occhi verso suo nipote. “Jack. Prendi Bannock e vai a chiamare il dott. Medlow. Digli che c’è un uomo ferito. Non dirgli che è una ferita di spada.”

Il ragazzo-musicista esitò. “Starete bene qui sola con lui, zia Deb?”

Lei gli sorrise rassicurante. “Sì, starò bene. Ho la mia pistola, ricordi?” e guardò il nipote che si affrettava ad andare prima di riportare nuovamente l’attenzione sul duellante ferito. Gentilmente, gli tirò indietro la testa e fece gocciolare il contenuto della fiaschetta d’argento tra le labbra fredde e secche. “Non sarà colpa mia se morite”, lo ammonì, come si fa con i bambini cattivi. “Ma vi starebbe bene per essere tanto stupido da fare un duello!”

“No, non sarebbe colpa vostra”, mormorò Julian dopo un po’. “Grazie. Un altro sorso, per favore.” Lasciò ricadere la testa nel cerchio delle sue braccia e alzò gli occhi su un volto arrossato, contornato da una sovrabbondanza di capelli rosso scuro. “Suona sempre il violino punteggiandolo con improperi? Aggiunge un po’ di colore ma offenderebbe Herr Bach.”

“Non è un violino ma una viola. E non era Bach ma Herr Telemann. E gli improperi erano miei, non di Jack. Io sono fuori esercizio. Lui no.”

“E la—ehm—pistola?”

“Mia”, ammise sinceramente Deb, poi cambiò in fretta argomento. “Che cosa ne pensate della composizione che stavamo provando?”

“Non mi è piaciuta per niente.”

La donna rise bonariamente, mostrando denti adorabili, bianchi come perle.

“Forse in un altro ambiente e dopo ancora un po’ di pratica, e—” Julian fece una pausa, distratto dal lieve profumo femminile sulla gola bianca. “È molto piacevole,” dichiarò sorpreso. “Di regola le donne portano troppo profumo. È lavanda o qualcos’altro? Acqua di rose, forse?”

“Siete folle. Come potete parlare d’inezie mentre mi state sanguinando addosso?” Lo fece sedere diritto contro il tronco dell’albero e si spazzolò le sottogonne mentre si rialzava in piedi. “Non ridete; peggiorerà solo il dolore. Se non faccio qualcosa per fermare il sangue morirete, e ho abbastanza preoccupazioni senza un cadavere da aggiungere alle mie difficoltà.”

“Mia cara ragazza, non mettetevi nei pasticci. Sono sicuro di durare finché arriva il segaossa.”

Deb non lo stava ascoltando. Stava pensando. L’ultima cosa che voleva era che questo gentiluomo le morisse davanti. Inoltre, avrebbe già avuto abbastanza problemi a spiegare al suo rigido e cocciuto fratello che cosa ci facevano lei e Jack nella foresta di Avon, da soli, e con le loro viole. Sir Gerald detestava che facessero musica quasi quanto detestava l’esistenza stessa di Jack. Che cosa avrebbe potuto usare come benda? Emise un gemito. Supponeva che avrebbe dovuto sacrificare la camicia (tanto era una di quelle di Otto). Per coprire la sua nudità avrebbe preso in prestito la redingote del gentiluomo. “Dovrò usare anche la sua cravatta,” disse a voce alta mentre slacciava la camicia da uomo alla gola e se la toglieva tirandola sopra la testa. Raccolse la redingote scartata dall’uomo e sparì dietro a un albero.

“Qu-quanti anni avete detto di avere?” Chiese Julian conversando amabilmente, spettatore riconoscente del suo spogliarsi, deluso di poter vedere solo la sua adorabile schiena sottile e le spalle diritte nella sottile sottoveste di cotone.

“Non ve l’ho detto. Potrete anche detestare come suono la viola”, gli disse a voce alta, “ma in genere vengo considerata utile in una crisi.”

“Che cosa state facendo là dietro? Per favore, non preoccupatevi…”

“Vi assicuro che non farò niente più del necessario per tenervi in vita finché arriverà il dott. Medlow.”

Deb uscì da dietro l’albero, con la redingote che le pendeva lenta dalle spalle e dalle braccia e allacciata fino al mento, gli stretti risvolti tirati intorno al collo sottile, che le solleticavano le piccole orecchie. Si inginocchiò accanto a Julian e si mise al lavoro, strappando la camicia per farne delle bende.

“Dovrò togliervi il panciotto e la camicia”, gli disse, indicando le strisce di tessuto. “Sarò delicata, il più possibile.”

“Ne sono sicuro” fu la risposta mormorata.

Julian accettò di buon grado che gli tirasse la cravatta da una parte e dall’altra; che estraesse con cura la spilla di diamanti mettendola da parte, ma ci volle una grande presenza di spirito per tirarsi seduto, raddrizzare la gamba e togliere la mano che era premuta sulla ferita. A quel punto, svenne per il dolore, ma si riprese in fretta, con lo sguardo incollato al volto della ragazza: sugli espressivi occhi castani, l’apprezzabile naso diritto e il labbro inferiore pieno che tremava appena. Diversi riccioli erano sfuggiti alle forcine e le ricadevano sulle guance arrossate. Julian non riusciva a decidere sul loro colore; erano biondo fragola scuro o più un rosso autunnale? Era sicuro di non avere mai visto capelli di un rosso così ricco prima, o uno splendore simile. Si sarebbe ricordato un colore così particolare. La questione gli consumava tutti i pensieri mentre Deborah gli toglieva il panciotto ricamato rivelando la camicia bagnata e appesantita dal suo stesso sangue.

Togliere la camicia rappresentava un problema per Deb. Sapeva che il paziente non aveva la forza di alzare le braccia sopra le spalle per farla scivolare sopra la testa, quindi avrebbe dovuto essere strappata sulla schiena. Ma non era facile. Il tessuto intorno alla ferita era bagnato di sangue ed era aderito al taglio sul petto muscoloso come carta incollata a una parete. Ma Deb non indugiò sul dolore che stava per infliggere. Avrebbe dovuto sopportarlo solo per un brevissimo istante.

Decisa, afferrò il davanti della camicia aperta e la strappò a destra e a sinistra delle spalle larghe. Ci vollero tre strattoni per strappare il tessuto sottile, il terzo strappò il tessuto dal collo alla vita esponendo una distesa di muscoli coperti da peli dello stesso colore corvino di quelli che coprivano la testa del gentiluomo. Per un istante, i suoi occhi registrarono la sorpresa. La cravatta di seta, la ricchezza del tessuto prezioso del panciotto e della redingote, i lineamenti patrizi, tutto aveva celato la quantità di muscoli dell’uomo. Le dava speranza per una completa guarigione. Un fisico tanto ben esercitato si sarebbe rivelato utile; ma solo se la ferita fosse stata tamponata, e subito.

Julian sopportò le cure con grande forza d’animo; sorpreso che la ragazza fosse di costituzione così forte. Sembrava che la vista del sangue non la preoccupasse minimamente. Arricciò solo il naso, non perché fosse impressionabile, ma in modo indagatore, quasi interessato. Stava per fare una battuta sulla sua doppia sensibilità, come donna e musicista ma la battuta gli morì sulle labbra pallide e fu sostituta da un improperio gutturale in fondo alla gola perché all’improvviso tutto il suo essere ebbe una convulsione per un dolore insopportabile.

Deb aveva attentamente staccato la camicia inzuppata dalla ferita, esponendo un profondo squarcio sotto la gabbia toracica, sul fianco destro del gentiluomo. Esaminandola, gli disse con voce distaccata,

“Non penso che intendesse uccidervi, oppure il vostro avversario non aveva nessuna nozione di anatomia. Il taglio è profondo ma se avesse voluto uccidervi vi avrebbe infilzato a sinistra…”

Poi, senza preavviso, premette una compressa di tessuto ripiegato sopra la ferita, tanto fermamente che a Julian parve che gli avesse infilato tutto il polso nel taglio per mischiarsi alle sue viscere e toccare la spina dorsale. Disorientato dal dolore, lottò per restare cosciente. Deborah prese la sua mano molle e la pose sulla medicazione, dicendogli con voce tagliente di tenerla premuta finché il bendaggio improvvisato non fosse assicurato intorno al suo torace per tenere a posto la compressa.

Non fu facile bendare la ferita. Deb riuscì a far scivolare la benda una volta intorno allo stomaco piatto, ma, arrivata a tanto, le palpebre del gentiluomo tremolarono e lui svenne prontamente. Deb si alzò in fretta, spostò gli strati di sottogonne per liberare le gambe e si mise cavalcioni sulle cosce inerti appena in tempo per sostenere tutto il peso della parte superiore del corpo contro le spalle quando lui cadde in avanti. Quasi la fece cadere ma riuscì a inserire una spalla contro il suo petto a un’angolazione tale da permettere alle braccia di restare libere, permettendole di passare liberamente la benda intorno al petto nudo. Lo fece parecchie volte, ogni volta tirando la fasciatura più strettamente in modo che la ferita fosse sigillata e il tampone assicurato sotto la fasciatura.

Certa di avere la spalla ammaccata e con la schiena che minacciava di cedere sotto il peso dell’uomo, cercò in fretta tra le radici dell’albero la spilla di diamanti che aveva messo da parte. Con la spilla assicurata tra gli strati superiori del suo bendaggio improvvisato, usò la forza che le restava per rimettere diritto il suo paziente e appoggiarlo delicatamente contro la betulla. Ma non sembrava molto comodo, quindi, senza pensare alla modestia si tolse la redingote, ripiegò l’indumento di seta ricamata facendone un rotolo e mise il morbido cuscino dietro il collo forte dell’uomo, evitando così che la testa corvina battesse con un grosso tonfo contro il tronco dell’albero.

Esausta e sentendo il bisogno di riprendere fiato, Deb rimase seduta lì, nella sua sottile sottoveste di cotone: cavalcioni sulle cosce muscolose del suo paziente, con le sottogonne arricciate sopra le ginocchia, le lunghe gambe nelle calze bianche in mostra al mondo. Si sentiva ammaccata, contusa e sull’orlo delle lacrime.

“Come avete osato farmi una cosa del genere!” Gridò al gentiluomo incosciente e raccolse la fiaschetta, incerta se fargli ingollare il contenuto o schizzargli il liquido in faccia. “Probabilmente sarete un noto criminale e avreste meritato di sanguinare a morte! Sfortuna mia inciamparvi addosso.” Si chinò in avanti e versò una goccia di brandy tra le labbra aperte. “Sono una stupida,” mormorò, studiando il volto spigoloso. “Non credo che possiate essere un criminale. I vostri occhi sono troppo onesti… e siete troppo bello, bello da svenire, per essere— Oh! Bruto ingrato! Lasciatemi andare!” guaì, poiché Julian l’aveva afferrata forte per il polso e la fiaschetta era caduta nell’erba. “Mi fate male!”

Julian guardò il volto arrossato vicino al suo e sbatté gli occhi. “Promettetemi che non scapperete.”

Deb fece un sorrisino storto. “Paura che voglia lasciarvi ai banditi di strada?” lo stuzzicò, cercando di liberare il polso dalle dita forti.

“No. Voglio… voglio parlare con voi.”

“Risparmiate le vostre forze per il medico. Oh, lasciatemi andare! Mi farete venire un livido.”

La lasciò andare e Deborah si rimise diritta.

“Non ho abbastanza forza per farvi restare qui. Ma credo che scivolerei in una triste malinconia senza di voi.” Deglutì e chiuse gli occhi, dedicando qualche minuto a riprendere fiato. “E ferirebbe il mio orgoglio molto di più di qualunque ferita fisica.”

Deb fu immediatamente curiosa. “Chi è stato?”

“Uomini di poca importanza.” Sospirò irritato. “Non erano spadaccini particolarmente bravi. Lo zio Lucian sarebbe disgustato.”

“Lo zio Lucian?”

“Primo spadaccino di Francia e Inghilterra, ai suoi tempi. Lui pensa che io manchi di grazia nei miei movimenti. Ha ragione.”

“Avreste dovuto sparargli!” disse Deb ferocemente.

Julian sorrise. “Allo zio Lucian? So che mi considera un grosso problema per i miei genitori e non ha mai una buona parola da dire a mio favore ma—“

“Stupido! Non lo zio Lucian, i bastardi codardi che vi hanno fatto questo. Perché non avete usato le pistole? Risultato molto più rapido e senza nemmeno sudare.”

“Proprio così. Lo zio Lucian deplora il codice cavalleresco usato dalla moderna gioventù.”

“Ma voi non siete esattamente—Scusate!”

“Non direi di essere un vecchio rimbambito, cara ragazza” disse languidamente Julian. “E per un uomo sulla sessantina, venticinque anni sono appena l’età della ragione.”

“Oh! Beh, non siete per niente vecchio,” concordò Deb. “In effetti vi pensavo più vecchio. Oh mio Dio! Ho una linguaccia e dico sempre la prima cosa che mi passa per la mente.”

“Non preoccupatevi,” disse asciutto, con lo sguardo che guizzava sulle spalle nude e le braccia snelle della ragazza. “Immagino che mi riteneste più vecchio perché ho le tempie ingrigite?”

Deb lo guardò negli occhi. “Quanti—quanti spadaccini c’erano?”

“Tre.”

“Tre? Non è corretto ed è disonorevole.”

“Sì. Ditemi il vostro nome.”

“Nome?” Ripeté lei con gli occhi bassi, sentendosi improvvisamente in imbarazzo. “Il mio nome non è importante.”

“Mi dispiace che abbiate dovuto rovinare la vostra camicia”, si scusò Julian dopo un breve silenzio. Quando lei voltò la testa verso la foresta, incapace di sostenere lo sguardo fisso dei suoi trasparenti occhi verdi, lui le disse gentilmente. “Non volete dirmi perché voi e—Jack? Sì, Jack, stavate suonando nella foresta a quest’ora? Un’aula scolastica non sarebbe stato un posto più appropriato?”

“I-io—devo andare…”

“Io mi chiamo Julian”, continuò. “Non posso ringraziarvi se non so il vostro nome.”

“Ve l’ho detto. Non è importante. Avrei fatto la stessa cosa per-per—Oh! Chiunque.”

“Vedo. È necessario che portiate una pistola?”

Deb gli diede un’occhiata cupa. “Siete molto curioso.”

“Siete nei guai?”

“Questi non sono affari vostri.”

“Se lo siete, vorrei offrirvi la mia assistenza.”

“Davvero?” Chiese Deb con un sorrisino storto. “Quando pensate che sarete in grado di offrire i vostri servigi? Fra un mese; due mesi?”

“Non ho intenzione di pregarvi”, rispose dolcemente.

“Non intendevo sembrare ingrata”, si scusò Deborah; con una maschera di dura indifferenza sul volto. “È solo che non potete aiutarmi. Quindi, per favore, dimenticate di averci mai visto o che avevo una pistola. Se Gerry dovesse mai scoprirlo… Andrò incontro al dott. Medlow, per mostrargli la strada attraverso la foresta.”

“Dovete proprio portare una pistola?” Insistette nello stesso tono gentile.

Deb lo guardò fisso poi decise che non c’era pericolo a confidare qualcosina di sé, specialmente a un orecchio così attento. Inoltre, avrebbe potuto distoglierli la mente dal dolore al fianco. “Mio fratello Gerry—Gerald—non sa della pistola. Apparteneva a Otto che me l’ha data poco prima di morire, dicendomi di tenerla sempre con me quando sono in giro da sola. Otto era l’altro mio fratello e il mio migliore amico e il padre di Jack. Era uno splendido musicista e Jack ha il suo talento. Se Jack vuole andare a Parigi per prendere lezioni da Evelyn Ffolkes, deve esercitarsi. Ma dato che Gerry ci ha proibito di suonare le nostre viole, Jack ed io veniamo qua per essere da soli, e così i servitori non glielo riferiscono. Così, vedete, ecco perché porto una pistola.”

“Gerry non ha orecchio per la musica?”

Gli occhi di Deb si illuminarono. “Gerry è completamente stonato.”

“Quindi non apprezza il talento di Jack.”

“Esattamente!”

Il respiro di Julian divenne di nuovo faticoso e socchiuse gli occhi. Deb pensò che stesse per svenire ancora, finché lui le sorrise e disse con un tono di studiata indifferenza, “Oserei dire che Gerry manca anche del senso di apprezzamento per la bellezza. Se foste mia sorella mi prenderei più cura di voi. Certamente non vi permetterei di uscire dall’aula con indosso una camicia da uomo e senza corsetto.”

“Ovviamente voi non avete idea di come sia essere sempre osservati!” gli disse indignata. “Non è possibile uscire da casa di soppiatto con Jack se devo prima svegliare la mia cameriera per farmi allacciare il corsetto. Brigitte sveglierebbe tutta la casa cinque minuti dopo la mia partenza.”

“Beh, allora, questo certo vi scusa.”

“E voi siete un pessimo giudice riguardo all’età. Avrò molto presto ventuno anni.”

“Accettate le mie scuse. Sembrate molto più giovane. Forse perché non portate il corsetto…?

Deb lo guardò a bocca aperta. “Perché non indosso il corsetto?” Ripeté incredula. “Le vostre maniere sono esecrabili. Se non foste ferito io—io—“

“Sì?” Le chiese interessato, con le spalle che tremavano mentre rideva silenziosamente. “Voi…?”

Una sfumatura rosea le invase il seno e la gola ma Deb lo guardò coraggiosamente negli occhi per dirgli che cosa pensava della sua insolenza, quando notò una macchia di sangue fresco sulla benda e vide che stava tremando.

“State tremando!” esclamò, dimenticando completamente l’imbarazzo.

“Sì. Ho freddo e non riesco a muovere le gambe. Non importa, il medico arriverà presto.”

Solo allora Deborah si rese conto che oltre a essere praticamente nuda dalla vita in su era ancora cavalcioni sulle cosce del duellante ferito e che gli era seduta comoda in grembo da un bel po’. Nascondendo l’imbarazzo dietro la rabbia, lo rimproverò mentre si affrettava ad alzarsi dalle sue lunghe gambe, sistemandosi gli strati di sottogonne stropicciate.

“Avreste dovuto dire qualcosa invece di permettermi di restare lì seduta a chiacchierare!”

“E tagliar corto con il nostro tête à tête? Ecco, questa sarebbe stata maleducazione.”

“Dovete essere pazzo!”

“Sì, davvero,” rispose Julian con un sorriso solo per sé e chiuse gli occhi.

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