La Sposa Di Salt Hendon
UN ROMANZO STORICO GEORGIANO
Serie Salt Hendon Libro 1

Translator/Traduttore Mirella Banfi

Italian translation of Salt Bride
Quando il conte di Salt Hendon sposa Jane Despard, figlia di un signorotto di campagna, l’alta società inorridisce. Ma Jane e Lord Salt hanno in comune un passato di sfiducia, angoscia e tristezza. A distanza di quattro anni, sono costretti a un matrimonio che nessuno dei due desidera: il conte per onorare il desiderio di un uomo morente, Jane per salvare il fratellastro dalla rovina finanziaria. Bella dentro e fuori, la paziente e sempre ottimista Jane crede che l’amore possa vincere su tutto; ci vorrà un po’ di più per convincere il conte. Entra in scena anche Diana St. John, vissuta finora nell’illusione paradisiaca di poter diventare un giorno contessa di Salt Hendon. Si spingerà oltre i limiti, fino all’omicidio, per ottenere l’attenzione del conte. Riusciranno i novelli sposi a superare i pregiudizi del passato e la sinistra opposizione e a innamorarsi di nuovo?

Suspense romantica con personaggi indimenticabili.
Non esplicito (sensualità solo accennata)
Lunghezza: 115.000 parole

Deluxe Trade Paperback  ISBN 9780987375209
Ebook  ISBN 9780987375100
Kobo   ISBN 1230000136097
Kindle  ASIN B008ROJ6NI
Alec Halsey Crimini e Romanticismo Libro 2…

 

Continuate a de Il ritorno di Salt Hendon,
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Edizione Cartacea

Paperback

★★★★★  iBookstore (italia)
Non sono un amante del genere ma, seguendo il consiglio di un'amica, ho accettato la sfida. Ho letto il libro praticamente in due giorni, incapace di staccarmi dall'avvincente storia raccontata. Decisamente rigoroso l'ambiente storico descritto, naturali e non forzati i dialoghi. Insomma, un libro che merita di essere letto.
—Caronte65


★★★★★  Amazon (italia)
Gran bel romanzo. Trama avvincente: la storia mi ha catturata fin dalla prima pagina, e non vedevo l'ora di sapere come proseguiva. L'autrice è davvero molto brava nel creare suspence e aspettative nel lettore. A mano a mano che la trama si infittisce, il lettore desidera saperne sempre di più, scoprire fin dove i vari protagonisti della storia si spingono all'interno degli eventi. I personaggi sono davvero ben caratterizzati, e molto accurata e particolareggiata è anche la descrizione degli usi e dei costumi dell'epoca interessata (circa metà del 1700), degli ambienti, del modo di parlare, di pensare, di comportarsi e rapportarsi con il prossimo. La storia d'amore è delicata e struggente; bellissimo il rapporto che si costruisce pian piano fra i protagonisti. Lo consiglio vivamente a chi si sente inguaribilmente romantica/o!
—Linda


★★★★★  Amazon (italia)
Meraviglioso, un bellissimo romanzo storico che non ha nulla di meno degli Harlequin, anzi, m'è piaciuto anche di più perché non ho trovato scene erotiche che mi indispongono (gusti personali); l'ho trovato godibilissimo, con un pizzico si suspance che tiene incollati alle pagine. I personaggi sono molto ben caratterizzati, esattamente secondo i canoni dei romanzi di questo genere narrativo. Lady Diana, la cattiva della storia, è veramente antipatica, verso la fine del libro ho pensato fosse un po' pazza talmente si comporta fuori le righe. A questo punto non resta che leggere il sequel: il primo capitolo è già riportato come anticipazione in questo ebook!
—elimod (TOP 1000 reviewer)


★★★★  Amazon (italia)
Un romanzo magnifico per le amanti del genere. La Brant è stata una scoperta inaspettata e graditissima, consigliata da un'amica che non mi stancherò mai di ringraziare. Questa autrice mi ha entusiasmata al punto che ho acquistato tutti i suoi romanzi tradotti in italiano. Uno più bello dell'altro! assolutamente imperdibili.
—Marina Conti Iennaco

ANTEPRIMA

WILTSHIRE, INGHILTERRA 1759

LA RAGAZZA sullo stretto letto di legno stava soffrendo atrocemente. Rannicchiata, con le gambe tirate contro il piccolo seno e le braccia sottili strette intorno alle ginocchia, tutto il corpo rabbrividiva per le contrazioni strazianti. Non aveva idea se il dolore durasse da cinque o venti ore. Esausta e in un bagno di sudore, aveva la camicia da notte con i polsini di pizzo e i bottoncini di perla attorcigliata e aggrovigliata con le lenzuola. L’una e le altre erano inzuppate di sangue.

Nei pochi, brevi momenti di tregua tra un doloroso crampo e l’altro, piagnucolava chiedendo al dolore di finire, con i grandi occhi azzurri che imploravano la sua balia, come se un semplice bacio della sua domestica più amata potesse far tornare tutto a posto, come succedeva con le piccole ferite dell’infanzia. Ma per quanto la donna rinfrescasse la fronte febbricitante della ragazza e nonostante tutte le parole di conforto, le contrazioni continuavano senza tregua e l’intervallo diminuiva sempre più, finché la ragazza perse completamente il senso del tempo e dello spazio.

Le lacrime rigavano le guance giallognole della balia, che si premette il panno bagnato sulla bocca; era tutto quello che poteva fare per impedirsi di singhiozzare senza controllo vedendo la sua bella e dolce bambina soffrire in quel modo.

“Fallo bere alla ragazza e domani non avrà più fastidi,” le avevano ordinato. Obbediente, Jane aveva bevuto la pozione dal sapore amaro, quando le avevano assicurato che il medicinale le avrebbe fatto passare la nausea e ridato un po’ di appetito. Poi aveva gettato il bicchiere alla sua balia accusandola, ridendo, di averla avvelenata.

Veleno.

Sì, la balia aveva avvelenato la sua bella bambina. Lo sapeva, adesso mentre asciugava il sudore sulla fronte torturata di Jane. Avrebbe pregato Dio di perdonarla per il resto dei suoi giorni per non aver saputo proteggere meglio la sua bambina, per aver creduto che quelli più in alto di lei avrebbero fatto ciò che era giusto e corretto, mentre invece avevano sempre avuto intenzione di fare quello che stava succedendo. Ma lei aveva avvelenato Jane senza volerlo. Lo stesso non si poteva dire degli altri due occupanti della piccola stanza buia e senz’aria, o del padre assente e spietato della ragazza, che aveva ripudiato la sua unica figlia per aver perso la verginità con un nobile seduttore che aveva lascivamente piantato in corpo il suo seme e poi l’aveva scartata come una cosa usata, senza valore.

Assassini, tutti.

La balia non osava guardarsi alle spalle, ma sapeva che l’uomo e la donna erano là, nell’ombra, ad aspettare. I lamenti di Jane e quello che stava facendo per aiutarla ad alleviare il dolore non la rendevano sorda o cieca. Sapeva perché che erano là, perché sopportavano la puzza e i suoni ignobili della sofferenza, perché non distoglievano gli occhi dalla vista offensiva di quella creatura quasi infantile, con la pelle trasparente e lo sguardo sconvolto che si contorceva, sudata, e sanguinava davanti a loro. Dovevano assicurarsi con i loro occhi che quell’atto criminale fosse portato a termine. In che altro modo avrebbero potuto informare il suo genitore senza cuore che i suoi desideri erano stati soddisfatti?

La balia li odiava ma riservava l’odio più grande per il nobile che l’aveva sedotta. Le dava la forza e la determinazione di lottare per tenere in vita la sua preziosa e maltrattata bambina. Non le impedì di sobbalzare di paura quando una mano ferma le premette la spalla.

“Il medico arriverà presto,” le assicurò Jacob Allenby. “La neve appena caduta deve averlo fatto ritardare.”

“Sì, Signore,” rispose docilmente la balia, continuando a sciacquare la spugna sporca nella bacinella di porcellana sul comodino.

“Medico? Buon Dio, a che cosa serve un segaossa?” Disse la femmina in tono di scherno, sopra la spalla di Jacob Allenby. Era uscita dall’ombra per scaldarsi accanto alla grata del camino, il volto, dipinto con cura, senza emozioni. “È evidente che la mia medicina sta funzionando come doveva. Un medico interferirebbe e basta.”

Il mercante si voltò a guardarla, “Perdonatemi se non mi fido della parola di un angelo della morte!”

“Oh mio Dio, Allenby, come siete drammatico,” disse strascicando la voce, una mano bianca e morbida tesa verso il calore, “Dai gemiti della creatura chiunque penserebbe che sia in punto di morte. Non è così. Lo sciroppo di artemisia non ha ucciso nessuno di mia conoscenza—finora.” Lanciò un’occhiata al letto, riflettendo, “Ovviamente il mio farmacista sulla Strand consiglia alla femmina di prendere le dose consigliata appena teme di aspettare un bambino, normalmente nel primo mese di ritardo del ciclo,” rimuginò, tranquilla, “Che questa stupida abbia aspettato quattro mesi prima di confessare il frutto della sua immoralità, ha richiesto che aumentassi il dosaggio per compensare la sua stupidaggine. Dopo tutto, si deve essere assolutamente certi che il mostro sia espulso.”

Jacob Allenby digrignò i denti, “Siete una cagna spietata, Milady.”

“No, sono pragmatica, fedele al sangue patrizio che mi scorre nelle vene,” rispose colloquialmente, lisciandosi i capelli raccolti, adornati di perle e nastri, nella debole luce che arrivava allo specchio ovale sopra la cappa, “I legami di sangue sono i più preziosi. I pargoli bastardi di lignaggio incerto non hanno posto tra la nostra gente.” Guardò il riflesso del mercante di mezz’età il cui sguardo preoccupato restava fisso sulla ragazza che soffriva nel letto stretto. “E nemmeno il sentimentalismo sdolcinato. Perché abbiate accettato di toglierla dalle mani di Sir Felix non lo capirò mai.”

“Sir Felix Despard è un ubriacone senza spina dorsale che avrebbe dovuto tenere d’occhio la sua unica figlia, che non starebbe soffrendo, adesso. Per quanto riguarda le mie azioni, non tocca a voi sondarle.”

“Davvero? C’è di peggio per un fabbricante di vetro azzurro di Bristol che prendere come amante una sgualdrinella figlia di un nobiluomo. È la figlia di un baronetto, alla fin fine. Usata. Scartata. Ma sempre molto bella.”

“Voi sapete certamente tutto delle sgualdrine, Milady.”

“Siete all’altezza del sig. Garrick, Allenby. Questa poco santa alleanza che avete stretto è così divertente. La! Credo sia la cosa più divertente che vedo da quando—”

“—vi siete messa a quattro zampe a una delle orge di sua eccellenza?”

“Devo mostrarvi la mia tecnica?” Lo canzonò, solleticando la punta del naso camuso di Jacob Allenby con il bordo del suo delicato ventaglio dipinto a guazzo. Fece il broncio, “Accoppiarsi con le Signore titolate! Deve essere un sogno per i piccoli fastidiosi mercanti moralisti. L’unico posto in cui avete la possibilità di entrare nella società sono giusto i vostri sogni.”

“Provo pietà per la vostra prole, Milady,” dichiarò il mercante con evidente disprezzo, allontanandosi da lei.

Gli occhi nocciola della dama si spensero. Fissò freddamente, da sopra la spalla della balia, la ragazza sul letto che continuava a tenere le braccia strette intorno alle ginocchia e a gemere per il dolore. Appena diciotto anni e senza nessuna prospettiva di felicità futura. Bene, gongolò sua signoria, ricordando come la squisita bellezza della figlia del baronetto avesse ammaliato la società alla sua prima apparizione in pubblico.

Era successo al Ballo della Caccia di Salt e la straordinaria bellezza della ragazza, unita alla sua naturale, fresca modestia avevano fatto sensazione sia tra i Lord sia tra le Lady. Pura e piena di ingenuo ottimismo, affascinante con tutti e disgustosamente schiva, prima della fine della serata aveva ricevuto tre proposte di matrimonio e due dichiarazione di amore eterno. Accolta a braccia aperte dall’Alta Società, tutti si aspettavano che avrebbe sposato qualcuno ricco e titolato.

Quella stessa notte, sua signoria li aveva trovati nel padiglione d’estate vicino al lago, il nobiluomo bello in tutta la sua aitante nudità e questa bellissima e vogliosa vergine con la sua massa disordinata di capelli lunghi fino in vita del colore della mezzanotte. Stavano cavalcando beatamente insieme verso il paradiso, come se fossero gli unici due esseri nel Giardino dell’Eden. Quella visione l’aveva fatta infuriare ma quello che aveva ucciso i suoi sogni e spezzato il suo cuore era stato vedere l’ancestrale collana di fidanzamento dei Conti Salt Hendon intorno al collo candido della ragazza.

Le conseguenze tragiche della lussuria sfrenata dei due amanti non avrebbero potuto farla più felice. Ma quando meno se l’aspettava, in quei rari momenti in cui si permetteva di credere, compiaciuta, di aver ripreso il controllo assoluto del futuro, l’immagine dei due amanti celestiali, uniti in un solo essere tormentava le sue giornate e tramutava in incubi i suoi sogni.

“Voi, Signore, non avete idea a che punto possa arrivare questa madre per assicurare il futuro di suo figlio,” dichiarò cupa, arretrando nell’ombra proprio mentre la ragazza emetteva un ultimo gemito gutturale che riempì il silenzio della camera soffocante, “Per l’amor del cielo! Quanti altri patetici lamenti dovrò sopportare?” ringhiò, gettando con rabbia il ventaglio contro la tappezzeria. Si lasciò cadere su un sofà di crine, in una nuvola di sottane di velluto azzurro.

“Allenby, chiedete alla donna di esaminarla. Dovrebbe aver espulso il marmocchio, a questo punto.”

La balia cominciò a singhiozzare apertamente.

“Avrei voluto che ci fosse un altro modo, mia cara,” si scusò Jacob Allenby con vero rimorso, “Dovete capire che per lei questo è la migliore via di uscita, la meno dolorosa.”

Diede un colpetto alla spalla della Balia e poi si ritrasse anche lui nell’ombra.

Capire? Meno dolorosa? La balia avrebbe voluto urlare. Una donna, come poteva riprendersi dalla perdita di un figlio, sia per un aborto, sia che fosse nato morto, o portato via alla nascita? E Sir Felix avrebbe avuto tutti i diritti di portarglielo via. Spedito in un orfanotrofio, non avrebbe mai conosciuto sua madre, mai avrebbe avuto un padre. Meglio che il figlio sparisse ora, appena formato e inconsapevole, perché dare alla luce un bastardo era un peccato, una macchia per tutta la vita. La sua povera e sofferente Jane non si meritava quell’ignominia.

“Per favore. Per favore, per favore, Dio. Fai vivere il mio tesoro,” sussurrava la balia, nascondendo il volto tra le lenzuola, stringendo la spugna talmente forte che le sue unghie scavarono un solco nel suo palmo, facendone uscire il sangue, “Per favore, basta dolore, basta sofferenza.”

Come in risposta alle sue preghiere, nella camera scese un silenzio surreale, mentre la ragazza smetteva di muoversi e giaceva finalmente tranquilla tra i cuscini di piuma in mezzo allo stretto letto, mentre l’agonia delle contrazioni si attenuava e lasciava il posto al sollievo, al vuoto e al senso di perdita.

Jane sbatté gli occhi verso la candela gocciolante sul comodino, con le lacrime che le rigavano le guance, sapendo che non era solo sudore per il terribile sforzo che bagnava il suo corpo di un liquido freddo, ma sangue, il suo sangue e il sangue del suo bambino mai nato; una vita spezzata. Singhiozzi silenziosi le fecero voltare la testa. Toccò la cuffia di pizzo della balia, facendo alzare di colpo alla donna il volto macchiato di lacrime. La voce era appena un sussurro.

“Stupidina, non piangere. Non c’è niente per cui piangere adesso.”


~  ~  ~

LONDRA, INGHILTERRA 1763

TOM, IO HO UNA DOTE?” Chiese Jane al suo fratellastro, girando le spalle alla finestra flagellata dalla pioggia.

Tom Allenby, a disagio, guardò sua madre che stava versandogli una seconda ciotola di tè Bohea, “Certo che hai una dote, Jane.

Jane non ne era così sicura. Quando suo padre l’aveva ripudiata quattro anni prima, l’aveva lasciata senza un centesimo.

“Qual è l’ammontare?”

Tom sbatté gli occhi, sempre più a disagio, “Ammontare?”

“Diecimila sterline,” dichiarò Lady Despard, con un’occhiata imbronciata alla sua figliastra.

Il fastidio era evidente nel modo rude in cui sistemò le fette di pan speziato nei piattini di porcellana Worcester blu e bianchi, “Anche se non capirò mai perché Tom senta il bisogno di fornirti una dote quando stai per sposare l’uomo più ricco nello Wiltshire. Per un nobile riccone, diecimila sterline sono una goccia nel fiume Bristol.”

“Mamma,” disse Tom sottovoce, con le guance ben rasate che bruciavano per l’imbarazzo, “Penso che possiamo riservare diecimila sterline a Jane, quando sto per ereditarne dieci volte tante.” Guardò la sua sorellastra con un sorriso esitante, “È una dote equa, vero, Jane?”

Ma Lady Despard aveva ragione. Diecimila sterline non erano granché da portare in dote per il matrimonio con un nobile che si diceva avesse una rendita di trentamila sterline l’anno. Comunque Jane detestava vedere infelice il suo fratellastro. Povero Tom. I termini del testamento di Jacob Allenby avevano messo sottosopra il suo mondo ben ordinato.

“Certo che è una dote equa, Tom. È più che equa, è molto generosa,” rispose gentilmente prima di tornare a guardare dalla finestra il desolato cielo invernale di Londra e i suoi edifici grigi. Avrebbe voluto che il sole si mostrasse anche solo per un momento, per sciogliere il gelo di gennaio. Tom allora avrebbe potuto accompagnarla a cavalcare nel Green Park. In qualche modo doveva sfuggire agli stretti confini di quella casa poco familiare, che brulicava di servitori senza nome, dal passo felpato.

Ma non c’era modo di sfuggire all’indomani. Domani si sarebbe sposata. Domani sarebbe diventata una contessa. Domani sarebbe diventata rispettabile.

Tom la seguì attraverso il salotto, sulla panchetta sotto la finestra che guardava sulla trafficata Arlington Street e si sedette accanto a lei, “Ascolta, Jane,” le disse un po’ roco, tirando un filo del rivestimento di un cuscino, “Non è necessario che ti precipiti in questo matrimonio solo per aiutare me. Gli avvocati dello zio dicono che c’è ancora tempo…”

“È tutto perfettamente a posto, Tom,” lo rassicurò Jane con un sorriso dolce, con le bianche mani sottili sopra le sue, “Prima mi sposerò, prima tu erediterai quello che è tuo di diritto e potrai continuare la tua vita. Hai delle fabbriche da gestire e lavoratori che contano su di te per avere i loro salari che tardano da molto. Non è giusto che il sig. Allenby abbia lasciato le sue fabbriche e le sue proprietà a te senza i soldi per il loro mantenimento. Non è giusto che tu sia obbligato a farle pignorare, o a vendere quello che è tuo per diritto di nascita. Quelle povere anime che fabbricano il tuo vetro azzurro devono ricevere la loro paga per poter sfamare le loro famiglie. È giusto che siano indigenti perché tuo zio ha lasciato a me il capitale? Tu sei il suo solo parente maschio e hai degli obblighi verso quelli che ora lavorano per te. Sappiamo perché tuo zio ti ha fatto ricco di proprietà ma povero di contanti, perché ha lasciato a me il capitale, perché voleva obbligarci a un matrimonio tra di noi.”

“Perché no? Perché non sposare me, Jane?”

“Perché nonostante tu sia mio fratello solo per la legge, tu sei il mio fratellino da sempre e questo non cambierà mai,” gli spiegò gentilmente Jane, “Ti voglio bene come a un fratello ed è per questo che non posso sposarti.”

“Ma il testamento dello zio?” Chiese fiaccamente Tom, senza fare pressioni perché sapeva che Jane aveva ragione.

“Ne abbiamo discusso con gli avvocati di Allenby,” rispose pazientemente Jane, “Il testamento non specifica che devo sposare te, Tom e quindi non siamo obbligati a farlo. È stata una distrazione da parte di tuo zio. Gli avvocati dicono che io posso sposare un uomo qualunque e le centomila sterline saranno rilasciate a tuo favore.”

“Un uomo qualunque?” Tom sbuffò, arrabbiato e imbarazzato, “Ma tu non stai per sposare un uomo qualunque, Jane. Tu stai per sposare il conte di Salt Hendon! Non posso permetterti di fare questo sacrificio. Non è giusto. Non è giusto che, sposandolo, tu resti senza niente. Di certo si potrà fare qualcosa. Ci serve solo un po’ di tempo.”

“Tempo? Sono passati tre mesi dalla morte del sig. Allenby e tu non puoi continuare a tenere a bada i creditori. A quanto ammontano i tuoi debiti, Tom? Quanto credi di poter aspettare prima di dover vendere i tuoi beni per pagare i debiti?” Jane si obbligò a sorridere radiosamente, “Inoltre, è proprio un sacrificio così grande passare dall’essere la figlia di un cavaliere all’essere la moglie del Conte di Salt Hendon? Sarò una contessa!”

“Moglie di un nobile che ti sposa perché ha dato la sua parola a tuo padre quando era in punto di morte e si sente in dovere a mantenerla,” brontolò Tom. “Non perché ti voglia o ti ami… Oh, Jane! Perdonami,” si scusò in fretta, rendendosi conto dell’offesa. “Sai che non intendevo…”

“Non scusarti per aver detto la verità, Tom. Sì, sposo un uomo a cui non interessa un fico secco di me, ma, facendolo, la mia coscienza è tranquilla.”

“Beh, se non vuoi sposare me, allora il matrimonio con un Casanova titolato è meglio che restare nubile,” disse il suo fratellastro, con un’espressione brusca che fece sgranare gli occhi a Jane, “Solo la protezione di un marito potrà tener lontani quei cani libidinosi. Vivere da nubile in un cottage nella tenuta andava bene quando lo Zio Jacob era in vita e poteva proteggerti ma perfino lui è stato impotente l’unica volta che ti sei avventurata fuori dal parco. Sei diventata facile preda di ogni canaglia depravata che partecipava alla caccia di Salt.”

Tom le strinse la mano, “Lo zio ha dimostrato più moderazione di me. Io avrei sparato a quel porco lascivo piuttosto di lasciare che ti trattassero come una sgualdrina.”

Quell’incidente umiliante era successo due anni prima ma il ricordo restava penosamente vivo per Jane. Quello che Tom non sapeva era che il porco lascivo di cui parlava era in effetti proprio il conte di Salt Hendon, con i suoi amici. Al margine di un boschetto, con il cestino pieno di funghi selvatici al braccio e dondolando la cuffia tenuta per i nastri, non aveva riconosciuto immediatamente il conte, in sella al suo cavallo da caccia preferito, con la barba che gli copriva il volto e i capelli castano chiaro sciolti sulle spalle.

Il conte si era avvicinato a lei a cavallo e aveva fissato il suo volto alzato verso di lui con qualcosa di simile allo stupore. Poi, con sommo divertimento dei suoi compagni, era smontato da cavallo, l’aveva stretta in un abbraccio e baciata rudemente sulla bocca, facendole pagare il pegno dovuto al proprietario di quelle terre per aver sconfinato. Jane aveva tentato invano di respingerlo ma il braccio dell’uomo intorno alla vita era come una morsa e aveva continuato a schiacciare la bocca sulla sua, violandola con la lingua; sapeva di alcool e di pepe. Quando alla fine si era staccato per respirare, i suoi occhi marroni avevano scrutato il volto sbalordito di Jane, come aspettandosi una qualche rivelazione. Solo quando Jane lo aveva schiaffeggiato forte l’incantesimo si era spezzato e l’uomo era tornato cosciente di quello che lo circondava. L’aveva lasciata andare, sussurrandole all’orecchio una sola parola crudele, con un profondo inchino beffardo.

Ancora adesso, due anni dopo, ricordando come le aveva sussurrato senza pietà quella odiosa parola, Jane rabbrividì e ingoiò amaro. Avrebbe potuto pugnalarla al cuore, tanto era stato il dolore che aveva accompagnato quella parola: sgualdrina.

Sorrise rassegnata al suo fratellastro. Aveva solo ventuno anni e tanta responsabilità sulle sue giovani spalle magre.

“Che cos’altro dovevano pensare, Tom? Io, una ragazza nubile, buttata fuori di casa da suo padre, che viveva sotto la protezione di un vecchio vedovo; non potevano considerarmi altro che una sgualdrina.”

“No! Tu non lo sei! Non dirlo mai più!” le ordinò, con un’occhiata a sua madre che stava versando altro tè nella sua ciotola. “Hai commesso un piccolo errore di giudizio, ecco tutto,” continuò. “Per quello devi soffrirne le conseguenze per il resto della tua vita? Io dico di no, mille volte no.”

“Carissimo Tom. Sei sempre stato il mio coraggioso difensore, anche se non merito una tale devozione,” gli disse canzonandolo, “Non puoi definire quello che ho fatto come un piccolo errore di giudizio. Dopo tutto, quell’errore mi ha fatto ripudiare da mio padre e mi ha etichettata come una puttana.” Quando Tom fece un gesto impaziente e distolse lo sguardo, Jane gli sorrise rassicurate e gli accarezzò la guancia arrossata. “Non posso e non ho intenzione di nasconderlo. Se tuo zio non mi avesse accolta, sarei finita in un ospizio a Bristol, o peggio, morta in un fosso. Sarò sempre grata al Sig. Allenby per avermi offerto un rifugio.”

“Io mi sarei preso cura di te, Jane. Sempre.”

“Sì, Tom. Certo.”

Ma entrambi sapevano la verità sottaciuta di quella bugia. Il padre di Jane, Sir Felix Despard, non avrebbe mai permesso a Tom di interferire nella giustificabile punizione di una figlia disobbediente e in disgrazia. Gli ultimi quattro anni avevano dato tempo a Jane di riflettere sulla follia della sua impetuosità nel permettere al suo cuore di comandare alla testa. La perdita della virtù e le sue tragiche conseguenze avevano dato a suo padre il diritto di cacciarla fuori dalla casa di famiglia, sola, senza amici e senza soldi. Aveva disonorato non solo il suo buon nome ma anche quello della sua famiglia. Jane non biasimava suo padre per la sua disgrazia, ma non lo avrebbe mai perdonato per quello che aveva ordinato che le facessero.

Nonostante quello che suo padre, Jacob Allenby e gli altri pensavano di lei, credeva ancora nel rispettare i principi morali di giustizia, onestà e nell’assumersi la responsabilità delle proprie azioni. La difficile situazione in cui si era trovata non era stata causata da suo padre, ma da lei, solo da lei. Ma Tom non avrebbe mai capito. Suo padre e Jacob Allenby avevano nascosto al suo fratellastro tutta la sordida storia e lei gliene era riconoscente. Tom era un giovane uomo serio che trovava del buono in tutti. Jane sperava che non cambiasse mai.

“Sei il migliore dei fratelli, Tom,” gli disse sinceramente, dandogli un bacio sulla guancia.

Ma Tom non riteneva di aver meritato quel complimento. Avrebbe dovuto proteggerla.

Sir Felix Despard, di Despard Park, Wiltshire aveva voluto un conte come genero, come minimo, meglio un duca, se fosse stato possibile. Ma aveva cercato di riuscirci nel modo sbagliato, e non tenendo conto che sua figlia era stata educata lontano dalla mondanità e che ignorava i sistemi dell’Alta Società, aveva spinto la sua unica figlia in quel mercato matrimoniale senza difese e l’aveva lasciata a se stessa. Tom non aveva mai perdonato al patrigno la sua stupidità e l’ambizione e lo incolpava per l’inevitabile e calcolata seduzione della sua sorellastra.

Tom afferrò la mano di Jane.

“Se avessi accettato chiunque ma non Lord Salt!” le disse fieramente, “Ha sempre quell’espressione sul volto—difficile da descrivere—come se qualcuno avesse osato emettere flatulenze sotto il suo nobile naso. Il modo in cui le sue narici fremono, mi fa venir voglia di scoppiare a ridere. Tu puoi anche ridacchiare, Jane, ma che Dio mi aiuti a restare serio se il resto della famiglia Sinclair ha le stesse nobili narici. Si dice che sua sorella, Lady Caroline Sinclair valga più di quarantamila sterline e riceva almeno tre proposte di matrimonio la settimana. Il Conte la tiene segregata in campagna per paura che scappi a Gretna con il primo cacciatore di dote che riesca a farla innamorare, perché è così ingenua da credere che questi pazzi si siano innamorati di lei e non della sua fortuna.”

“Oh, caro Tom, mi fai tremare al pensiero di incontrare la mia futura cognata,” disse Jane con un sorriso indulgente, “Ma come fai ad avere tante informazioni su Caroline Sinclair?”

Tom si tirò le punte del suo panciotto di seta con un sorrisetto soddisfatto, “Ho le mie fonti, Jane, fonti altolocate.”

“Dai, Tom, smettila di diffondere pettegolezzi come una vecchia zia zitella,” predicò Lady Despard con disapprovazione, anche se aveva finalmente aperto le orecchie sentendo parlare della nobile famiglia Sinclair. Si mise in piedi davanti allo specchio sopra il camino, dalla ricca cornice. Una bellezza sbiadita, più verso i cinquanta che i quaranta, si lisciò i capelli guardandosi allo specchio, sistemandosi la bionda pettinatura raccolta, incipriata e impomatata e sistemandosi uno dei piccoli fiocchi strategicamente piazzati nell’elaborata costruzione. “Lady Caroline Sinclair è la più bella ragazza dello Wiltshire e non ha ancora diciotto anni quindi non sono sorpreso che lord Salt la tenga rinchiusa. Guarda che cosa è successo a te l’unica a sola volta in cui ti hanno tolto il guinzaglio, Jane.”

Mamma.”

“Quali fonti altolocate, Tom?” Chiese Jane, ignorando la matrigna e sperando che Tom la imitasse.

“Perché non ti difendi mai dalle sue meschine punzecchiature?” Sussurrò appassionatamente Tom. “Non posso difendere l’indifendibile,” gli rispose semplicemente Jane. Quando Tom continuò a fissare rabbiosamente sua madre, Jane gli sfiorò il paramano risvoltato e aderente della redingote, “Per favore, Tom, quali fonti?”

“Ti ricordi Arthur Ellis? È venuto a Despard Park appena prima che tu fossi presentata in società. È stato tanto tempo fa ma era un mio caro amico quando ero a Oxford. Magro, lentigginoso con le orecchie a sventola. No? Devi ricordare Art! Ha passato l’intera settimana a fissarti. Beh, ha avuto la fortuna di ottenere il posto di segretario di Lord Salt. Chi l’avrebbe mai detto, allora! Anche se io non chiamerei proprio fortuna essere lo scrivano di quell’iceberg dal naso sottile. Ma nel caso di Art, i mendicanti non possono scegliere, come si dice. Nella sua famiglia sono tutti terribilmente intelligenti ma anche terribilmente poveri.”

“Ma sicuramente il sig. Ellis non avrà abusato del suo posto di segretario confidandoti notizie riservate su Lady Caroline?”

“Ovviamente no,” rispose indignato Tom, sentendosi acutamente imbarazzato per aver tradito la fiducia del suo amico, “Ho fatto io pressioni perché Art mi parlasse di Lady Caroline, a causa dello strano lascito dello zio. Mamma ed io non capiamo assolutamente perché una giovane donna che mio zio non ha mai conosciuto in vita sua, la figlia di un vicino con cui era in rotta—”

“Una bellezza viziata che vale oltre quarantamila sterline,” reiterò Lady Despard.

“—abbia ricevuto un lascito di diecimila sterline dallo zio. È una circostanza alquanto strana che nemmeno gli avvocati dello zio sono riusciti a capire. Puoi biasimarmi per la mia curiosità, Jane?”

No, Jane non poteva biasimarlo. Non pretendeva di capire l’odio tra i vicini, il mercante e il nobile o che cosa avesse causato l’antica faida tra i conti di Salt Hendon e gli Allenby. Il sorprendente lascito a Lady Caroline, aveva fatto nascere nella testa di Jane più domande di quanto desiderasse e fu lieta che il maggiordomo scegliesse quel momento per interromperli.

“Che c’è Springer?” Chiese educatamente, sentendo la porta che si apriva e guardando il maggiordomo da sopra la spalla nuda.

“Lord Salt e il Sig. Ellis, Signora.”

I fratelli si guardarono spalancando gli occhi, come fossero stati sorpresi proprio dall’oggetto dei loro pettegolezzi.

“Come? Lui è qui adesso?” esclamò Lady Despard senza riguardi e prima che il maggiordomo potesse confermare che, in effetti, il conte di Salt Hendon e il suo segretario dalla faccia lentigginosa li aspettavano al piano di sotto, aggiunse con un trillo di trafelata trepidazione, “Che onore per noi! Peccato che Sir Felix non sia qui a ricevere sua signoria.” Guardò Jane con tutto il risentimento nei suoi confronti momentaneamente sospeso nell’eccitazione del momento ed esclamò, “Mio fratello Jacob diceva che avrebbe sparato a quel diabolico libertino se si fosse avvicinato a meno di un miglio a una femmina Allenby. Devo ordinare altro tè?”

Jane informò il maggiordomo con voce perfettamente controllata di far salire immediatamente sua signoria e il sig. Ellis e di portare un bricco fresco di tè e stoviglie pulite. Ma appena la porta si chiuse alle spalle del servitore, ricadde seduta sulla panchetta sotto la finestra come se le ginocchia non riuscissero più a sostenere la sua figuretta sottile, quasi acerba. Era sorda alle richieste della matrigna di andare immediatamente allo specchio per sistemarsi i capelli e raddrizzare la scollatura quadrata del corpetto e cieca all’espressione preoccupata del suo fratellastro e pensava che se avesse portato in salotto il suo ricamo avrebbe almeno potuto far finta di essere occupata, senza dover mai essere obbligata a guardare negli occhi il nobiluomo.

~   ~   ~

MAGNUS VERNON TEMPLESTOWE SINCLAIR, Nono Barone Trevelyan, ottavo Visconte Lacey e quinto Conte di Salt Hendon entrò nel salotto con passo deciso subito dopo l’annuncio del maggiordomo e riempì immediatamente la stanza con la sua presenza. Le pareti tappezzate e il soffitto di gesso riccamente decorato si restrinsero o così sembrò a Jane che si era abituata agli Allenby che erano tutti di bassa statura e avevano le spalle strette. Il conte era completamente diverso. Era abbigliato con quella che Jane presumeva fosse il massimo dell’eleganza londinese: una redingote blu veneziano con un ricco ricamo cinese sugli alti paramani e sulle corte falde; un panciotto di seta color ostrica che finiva su un paio di calzoni aderenti di seta nera arrotolati sopra le ginocchia e assicurati con delle fibbie di diamanti; calze bianche ricamate rivestivano i polpacci muscolosi e le linguette delle scarpe di pelle nera, con i tacchi bassi, erano infilate in enormi fibbie incrostate di diamanti. Ai polsi e intorno alla gola, la magnifica toilette era completata da una cascata di pizzi. Comunque, né il pizzo arricciato né gli abiti ben tagliati potevano nascondere i muscoli poderosi delle gambe forti né l’ampiezza del torace o la larghezza delle spalle. Ma non dominava solo per le sue dimensioni. C’era determinazione nel suo passo e quando diede un’occhiata imperiosa intorno alla stanza, l’intensità dei suoi occhi marroni pretese l’attenzione immediata di tutti quelli che cadevano sotto il suo sguardo, a meno di voler soffrire le conseguenze del suo dispiacere.

Lady Despard, in piedi accanto al camino, fu la prima a riaversi. Fece una profonda riverenza, offrendo a sua signoria una vista spettacolare della sua profonda scollatura. Quando il conte distolse lo sguardo dal suo petto più che florido, fu per girarsi e guardare Jane con uno sguardo sprezzante. Un’espressione difficile da leggere passò sul volto squadrato del nobiluomo e poi fu come se si rendesse conto di essere stato meno che educato. Si inchinò leggermente quando Lady Despard si risollevò e attraversò il tappeto con suo figlio per salutarlo.

La presentazione formale diede a Jane il tempo di ritrovare la sua compostezza. Si alzò impietrita, impressionata dalla pura fisicità dell’uomo, incapace di piegare le ginocchia rigide per la necessaria rispettosa riverenza. Appariva abbastanza calma ma dentro di sé si sentiva nauseata e sollevata allo stesso tempo. Fu lieta che la guardasse appena. Quando lo fece fu con tacita disapprovazione e come per accertarsi che lei gli stesse prestando la dovuta attenzione. L’espressione rimase sul volto dell’uomo mentre scambiava poche parole con Tom. Jane la vedeva nelle mascelle strette e nel modo in cui le labbra erano tirate in una linea sottile e davano ai suoi lineamenti classici un’incisività dura, inflessibile. Ma nemmeno il più profondo e gelido disprezzo riusciva a diminuire il fatto che fosse un uomo virilmente bello.

Tom riuscì a scambiare solo poche parole con il conte prima che sua madre lo interrompesse. La donna guardò il conte da sotto le ciglia scurite, come se si aspettasse qualcosa e cercò di interessarlo con chiacchiere salottiere, banalità sul tempo inclemente, in particolare sull’inusuale durezza del gelo di quell’inizio d’anno, ricevendo in risposta solo dei monosillabi. Jane fece una smorfia, imbarazzata nel vedere la sua matrigna flirtare spudoratamente con questo nobiluomo annoiato che era chiaramente abituato alle astuzie e sazio di donne che si gettavano costantemente ai suoi piedi.

Quando voltò la testa incipriata e la fissò in volto, come se fosse ben conscio che lei lo stava valutando, Jane fu così sorpresa di essere colta in flagrante che si sentì imporporare la gola bianca. Il fuoco bruciò ancora più forte nelle sue guance quando il conte ebbe l’indelicatezza di squadrarla, cominciando dalle folte trecce nere raccolte in una retina d’argento alle spalle, attardandosi sul seno coperto da un semplice corpetto di mussolina prima di scendere lungo le sottane fino alle pantofole di seta dello stesso colore. Quando aggrottò la fronte, come se lei non fosse all’altezza delle sue aspettative, Jane osò alzare il mento e ricambiare l’occhiata prima di voltarsi verso la finestra, come per congedarlo.

Rimase a fissare la pioggia, anche se si rendeva conto che la sua matrigna ora si stava dilungando a parlare con il segretario lentigginoso, il sig. Ellis, che Jane non aveva notato, visto che era rimasto qualche passo dietro al suo nobile datore di lavoro e che ora stava facendo del suo meglio per essere cortese e interessarsi alle escursioni turistiche di Lady Despard a Londra. Poi, dietro la schiena, sentì l’entusiastica risposta di Tom all’invito del conte a prendere parte a una partita di Royal Tennis nel campo privato di sua signoria nel suo palazzo di Grosvenor Square due giorni dopo. Tom rispose che sarebbe stato onorato di partecipare al torneo.

Proprio il torneo di sua signoria, pensò Jane, quando solo dieci minuti prima Tom si stava prendendo gioco delle nobili narici del conte!

Il conte mormorò qualcosa di banale dicendo di sperare che l’indirizzo di Arlington Street, normalmente occupato da sua signoria quando le sessioni del parlamento continuavano fino a tarda sera si stesse rivelando una sistemazione soddisfacente per Tom e sua madre. Tom ringraziò sua signoria per l’uso della sua casa di città, dicendo che appena possibile lui e sua madre avrebbero affittato una residenza adatta per loro, per il mese o due che intendevano passare a godere di quello che Londra poteva offrire, prima di ritornare a Bristol. Il conte gli rispose di prendersela comoda perché non c’era nessuna fretta di lasciar libero l’appartamento. Poi nella stanza cadde il silenzio che durò tanto a lungo che la curiosità obbligò Jane a voltarsi. Se ci fosse stata una sedia si sarebbe seduta per lo shock. Tom l’aveva abbandonata, ritirandosi con sua madre e il segretario, vecchio amico dei tempi di Oxford, nell’angolo più lontano del salotto per prendere il tè e parlare dei vecchi tempi. Avevano lasciato Jane da sola ad affrontare Lord Salt.

Sua signoria fissava sopra la testa di Jane, guardando fuori dalla finestra.

“Miss Despard, è consuetudine permettermi di baciarvi la mano,” disse con voce languida e con giusto quel tocco di insolenza necessario a esigere obbedienza immediata. Ma Jane era troppo agitata per la vicinanza dell’uomo e per la sua precedente valutazione sfavorevole per preoccuparsi delle amenità di una presentazione formale e le sue mani restarono fermamente intrecciate davanti a lei. Si disse che era ostinatamente maleducata ma per la prima volta da anni permise all’emozione di guidare la sua lingua e parlò francamente.

“Sono pienamente cosciente dell’onore che mi fate, milord,” rispose con voce chiara e lo sguardo inchiodato sui bottoni scolpiti del suo panciotto, “Ma non ignoro il fatto che vi siete stato obbligato nel modo meno signorile possibile. È una circostanza che rimpiango amaramente e che vorrei poter cambiare.”

Ci una brevissima pausa prima che Salt dicesse, nel suo modo insolente, “Avete avuto la più ampia opportunità di liberarmi da questo abominevole obbligo. Dovevate semplicemente rifiutare l’onore. Però mancano ancora diciotto ore alla cerimonia…”

Quest’affermazione diretta fece alzare la testa a Jane, gli occhi azzurri spalancati per la sorpresa. Le stava offrendo l’opportunità di concedergli una sospensione della pena all’ultimo minuto e, in effetti, il suo atteggiamento suggeriva che se lo aspettasse. Dimenticò per un attimo che anche lei desiderava con tutta se stessa di liberarlo da quell’obbligo, ferita nel suo orgoglio di donna. Che il conte non avesse nemmeno le buone maniere di nascondere la sua ripugnanza per un’unione che era stata imposta dal padre di Jane, non da lei, la irritò fino a farle pronunciare una risposta impudente, “Non immaginerete, milord, che abbia fatto salti di gioia alla vostra poco sentita proposta di matrimonio,” dichiarò con tutta la freddezza che riuscì a raccogliere. “Indubbiamente ci sono dozzine di donne desiderose di prendere il loro posto al vostro fianco come contessa di Salt Hendon. Vorrei con tutto il cuore che aveste fatto la proposta a una di queste dame perché allora questa orrenda situazione non si sarebbe mai presentata.”

“Non ho l’abitudine di prendere decisioni che cambieranno la mia vita solo per far felici gli altri,” rispose l’uomo freddamente, con lo sguardo fisso sul vetro rigato di pioggia. “Comunque… conoscendovi come una femmina volubile senza cuore e ancor meno cervello, avrei effettivamente dovuto sposare la prima vergine dal volto fresco che si fosse presentata per essere montata.”

Jane barcollò facendo un passo indietro con la mente che turbinava e una mano tesa verso le pesanti tende di broccato per sostenersi davanti a un discorso così crudo, “Come… come osate parlarmi in questo modo repellente!” Sussurrò indignata con un’occhiata febbrile ai suoi parenti che bevevano il tè dall’altra parte della stanza. “Non sono una delle vostre sgualdrine che potete…”

Il conte spostò lo sguardo duro sul bel volto di lei, “Andiamo, Miss Despard,” disse con languida indifferenza, “La vostra dimostrazione di suscettibilità offesa è un insulto per la mia intelligenza. È un po’ tardi per esibire oltraggio virginale.” Vide la gola di Jane che si stringeva e quando lei si voltò verso la finestra, mostrandogli il suo delicato profilo, l’uomo fece un sorrisetto. Come stava recitando bene la parte della femmina indignata! Come se fosse lei la parte offesa, “Comunque, io non mi spreco in convenevoli con le sgualdrine.”

“Se sperate di scuotermi con la vostra… la vostra… con quello, vi sbagliate di grosso sul mio… sul mio…” Si bloccò mordendosi il labbro inferiore carnoso, come poteva pronunciare la parola carattere quando non ne aveva?

L’uomo sembrò leggerle la mente perché disse, a voce bassa perché potesse sentire solo lui, “Siete stata saggia a non dirlo. Avete perso quel poco carattere che possedevate quando avete rinunciato alla fedeltà e alla decenza per mettervi con un vecchio mercante senza coscienza. Ma come figlia di vostro padre ritengo che Sir Felix non vi abbia mai insegnato il significato di queste parole, quindi accetterò che la colpa sia mia per essere stato catturato dal vostro bel volto.”

Jane lo guardò coraggiosamente negli occhi e vedendo l’odio che ne emanava, sentì formarsi un nodo nel petto che le rendeva difficile respirare. Non capiva che cosa avesse potuto fare per meritarsi tutto quell’astio. Parlava della sua infedeltà o mancanza di decenza ma se c’era una cosa che lei aveva fatto in quei giorni, settimane e mesi dopo la notte nel padiglione d’estate era restargli fedele. Non capiva nemmeno perché detestasse tanto Jacob Allenby, l’unica persona che le aveva offerto un rifugio. Sapeva che non valeva la pena di difendere il proprio carattere con questo colosso di maschile irragionevolezza ma non c’erano motivi perché lui insozzasse il ricordo del suo protettore. Si obbligò a restare esteriormente calma, dicendo, con voce tranquilla, “La vostra vasta esperienza di quel tipo di donne potrà darvi la facoltà di parlarmi come a qualunque sgualdrina di vostra conoscenza,” disse con voce ferma, “ma non vi dà il diritto di parlar male del carattere senza macchia del Sig. Allenby. Non ho mai sentito mai parlare di lui meno che gentilmente e nonostante le circostanze difficili nelle quali ho vissuto sotto il suo tetto, non ho mai avuto motivo di dovergli—”

Salt la guardò con tanto d’occhi, sbalordito. “Non resterò qui ad ascoltarvi lodare—”

“—dare uno schiaffo!”

Ci fu un momento di silenzio pesante poi il conte scoppiò in una risata genuina che colse di sorpresa quelli che prendevano il tè, zittendoli per un momento, “Mia cara Miss Despard, ancora ferita nell’orgoglio?”

“Non so di che cosa state parlando, milord.”

“No?” Chiese curioso. La rabbia sembrava sparita dalla sua voce profonda, “Scommetterei il mio miglior cavallo da caccia che siete stata acutamente delusa quando il vostro mercante protettore è intervenuto quel giorno, durante la caccia. A dire la verità, non era necessario colpirmi come avete fatto. Non avevo intenzione di offrirvi una seconda portata della mia vasta esperienza.”

“Che esistenza opaca, vuota dovete condurre per avere ancora il ricordo di un incidente così insignificante. Vi assicuro che non lo ricordavo nemmeno.”

Il sorriso dell’uomo era sardonico. “Mi riferivo alla vostra esistenza opaca e vuota, milady. La vostra mano non è stata la sola che ha schiaffeggiato questa nobile guancia.”

“Che conforto sapere che ci sono donne che hanno respinto il libertino Signore dello Wiltshire.”

“No, non è quello che ho detto. Ogni schiaffo invitava un inseguimento, ma, nel vostro caso, non desideravo insistere. Le prede facili non mi interessano. No, non voltate la testa,” ordinò con la voce bassa, afferrando il suo piccolo mento tra il pollice e l’indice e obbligandola a guardarlo, “Andiamo davanti al parroco domani o no?”

Con sua somma vergogna e imbarazzo, Jane sentì le lacrime bruciarle le palpebre e deglutì, incapace di rispondere immediatamente. Il conte aveva esposto un nervo scoperto parlando della sua vita sotto la protezione di Jacob Allenby, dichiarando quello che era dolorosamente ovvio. Il vecchio mercante di Bristol l’aveva nutrita e vestita e in cambio ogni volta che visitava il piccolo cottage dal tetto di paglia, annidato in un boschetto tra le terre dei Sinclair e la tenuta degli Allenby, Jane doveva essere ai suoi ordini. Se non fosse stato per le visite trimestrali, accuratamente controllate, di Tom, la sua vita sarebbe stata insopportabile. E ora questo arrogante nobiluomo osava schernirla e aspettare che lei lo liberasse da un obbligo che lui aveva assunto in buona fede.

La umiliava pensare che sul suo letto di morte il padre che si era estraniato da lei aveva obbligato Lord Salt a onorare la promessa fattale anni prima. Suo padre aveva soddisfatto la sua ambizione combinando, con un ricatto, il suo matrimonio con questo nobiluomo arrogante, senza tener conto dei sentimenti della figlia o della mortificazione che avrebbe dovuto sopportare come moglie di un marito riluttante. La umiliava ancora di più che Jacob Allenby avesse scritto un testamento detestabile non lasciandole altra scelta che accettare la proposta di matrimonio del conte per non vedere il fratellastro affrontare la rovina finanziaria. Per quanto volesse liberare Lord Salt dall’obbligo forzato, per quanto volesse dirgli perché doveva accettare la sua riluttante proposta di matrimonio, non poteva farlo. Fu col cuore pesante e la voce esitante che diede al conte la risposta che sapeva lui desiderava di meno.

“Ci sono fattori—circostanze—sì, milord, domani andremo davanti al parroco.”

“Mi sorprendete,” le disse con una smorfia. “Ma quale donna potrebbe resistere al richiamo di una corona nobiliare? Siate gentile e tendetemi la mano sinistra.”

Svogliatamente, Jane fece quello che le chiedeva e la ricompensa fu di vedersi infilato al dito un antico anello di filigrana d’oro con zaffiri e diamanti incastonati. Non lo guardò e non si accorse nemmeno che la fascia era troppo larga per il suo dito sottile finché il conte non le disse che avrebbe fatto stringere l’anello, una volta sposati. Pensò che la sua umiliazione fosse completa finché non le ordinò di sedersi su una sedia Chippendale posta al centro del tappeto turco accanto al fuoco. Fu solo allora che si rese conto che era sola nel salotto con il conte e il suo discreto segretario.

Tom e sua madre l’avevano abbandonata.


~  ~  ~

SEDETEVI, Miss Despard.”

Era un ordine che Jane scelse di ignorare.

“Molto bene. Sarà il vostro ultimo atto di sfida,” rispose freddamente Salt, facendo il giro della stanza e poi girandole attorno come un leone con la sua preda, “Domani, una volta che voi ed io saremo stati davanti al parroco, spiritualmente e legalmente diventeremo uno solo. Non commettete errori, Miss Despard, quell’uno sarò io. Come tale, voi, mia moglie, vi comporterete secondo i miei interessi. Non dimenticatelo mai: dovunque andrete, chiunque vedrete, comunque vi comporterete, sarà me che la società vedrà, non voi. Non farete niente e non direte niente che io non voglia che voi facciate o diciate. Non andrete da nessuna parte che io non voglia. Farete precisamente quello che vi sarà chiesto. Sono stato perfettamente chiaro?”

Jane capiva. Stava cercando di farle capire fino in fondo quanto fosse completamente immeritevole della posizione sociale a cui la stava elevando con riluttanza. Ma lei stava solo pensando a quanto era cambiato da quando aveva ballato con lei al Ballo della Caccia di Salt quattro anni prima. Era stato il suo diciottesimo compleanno quel giorno e il suo primo vero impegno sociale, la sua presentazione in società come giovane dama.

Durante la stagione di caccia e poi al ballo, in effetti durante tutto quel meraviglioso mese di autunno che aveva preceduto il suo compleanno, lui era stato un essere completamente diverso da quello che era di fronte a lei in quel momento. Ricordava che dietro quelle sottili labbra inflessibili c’erano splendidi denti bianchi e che aveva una risata contagiosa, allegra che disegnava piccole rughe ai lati dei suoi occhi. E poi c’era il padiglione d’estate…

Di colpo, si riscosse.

Non era il caso di permettere ai suoi pensieri di vagare verso il padiglione d’estate vicino al lago e a quello che era successo là. Il padiglione le ricordava troppo acutamente le conseguenze del suo gesto impulsivo e questo portava alla luce ricordi molto più bui e indicibili, ricordi che aveva cercato disperatamente di sopprimere. La sua balia le aveva detto di non rimuginare, che doveva andare avanti, non guardarsi indietro. Era stato l’ultimo consiglio che le aveva dato prima di morire. Le mancava terribilmente. Desiderava con tutto il cuore che fosse con lei quel giorno, aveva bisogno della sua forza e del suo modo terra a terra di affrontare la vita. Vai avanti, non guardarti indietro, bambina! Guardare avanti significava accettare il Conte di Salt Hendon com’era adesso, non come era stato in quel fatidico autunno.

“Prenderò il vostro silenzio come assenso e non come segno di testarda disobbedienza,” le disse, continuando a girarle intorno, “Non mancate di intelligenza e quindi capirete che se recitate bene la vostra parte in pubblico, se aderirete alle rigide regole della vostra educazione come figlia di un signorotto di campagna, la società, col tempo, vi accetterà non solo come mia moglie ma anche come la nuova Contessa di Salt Hendon. Come Lady Salt, presto sarete invitata dovunque. Quello che l’Alta Società penserà di voi, mi è supremamente indifferente.” Fece un cenno impaziente al suo segretario di farsi avanti, “Ma come vi comporterete come mia moglie è molto importante per me e per la mia famiglia. A questo scopo ho fatto preparare un documento che stabilisce le regole che governeranno la vostra vita come Lady Salt. Ellis lo leggerà ad alta voce e voi, Miss Despard, lo firmerete a conferma che avete capito come sarà la vostra vita da oggi in avanti.”

“Questo documento, milord,” chiese Jane come se fosse una domanda seria, senza però riuscire a nascondere una fossetta sardonica sulla guancia sinistra, “Stabilisce anche come vi comporterete voi come mio marito?”

Il sig. Ellis emise un suono soffocato.

Le labbra di Salt si curvarono, “Non prendetemi per stupido, Miss Despard. Ascolterete Ellis e quando avrà finito metterete la vostra firma—”

“Oh, non è assolutamente necessario!” Protestò Jane con un sospiro di impazienza, irritata oltre la sua capacità di sopportazione per quell’arroganza intollerabile. Si sedette, “Avete detto voi stesso, milord, che una volta che saremo sposati, diventeremo un solo essere e che voi sarete quell’essere. Che scopo ha la mia firma su un documento che potreste tranquillamente firmare al mio posto? Avete chiarito perfettamente che non potrò fare o dire niente senza il vostro permesso. Non c’è già qualcosa nei voti matrimoniali circa l’obbedienza? Dovrebbe bastare, no? Inoltre, anche se non avete riguardi per me, risparmiate almeno il vostro segretario che, come chiunque abbia occhi può vedere, è a disagio per questa orribile faccenda almeno quanto me.”

Per la seconda volta quella mattina, Salt la guardò con tanto d’occhi. Non solo ma non riuscì nemmeno a parlare.

Il sig. Ellis, nonostante l’accurata osservazione e i desideri di Jane, pensò fosse meglio cominciare a leggere a voce alta prima che a sua signoria scoppiasse una vena. Aveva visto in collera il suo datore di lavoro ma non l’aveva mai visto così infuriato da restare senza parole. Nei tre anni da che lavorava per la casata del Conte, nessuno, né un servitore, né un domestico o un membro della famiglia aveva mai parlato in modo così franco a sua signoria.

Guardando Jane da sopra la pergamena che tremolava tra le sue mani, era come se fosse stato solo il giorno prima che aveva posto gli occhi per la prima volta sulla bella sorellastra del suo amico, rimanendo immediatamente incantato dalla sua grazia. Quindi fu con un accenno di sorriso che Arthur cominciò a leggere, anche se il sorriso scomparve presto quando tornò a concentrarsi sulle parole scritte. Non aveva riflettuto molto sulle restrizioni imposte dal Conte quando gliele aveva dettate, eccetto che sembravano giuste e necessarie per l’autoconservazione di un grande e ricco nobiluomo che era in procinto di sposare una giovane donna che aveva vissuto, non sposata, con un vecchio fabbricante di vetro azzurro di Bristol.

Però, dando un’altra occhiata sopra i fogli alla ragazza che sedeva con la schiena eretta e le mani leggermente intrecciate in grembo, sentiva un disagio acuto nel leggere quella che non era altro che una condanna alla prigione a vita, anche se la prigione era un’enorme magione dell’epoca di Giacomo I, nel cuore dello Wiltshire, ma comunque una prigione.

“…e per quanto riguarda quello che Miss Jane Catherine Despard porta in dote, una dote che le è stata assegnata da Jacob Allenby di Allenby Park, Wiltshire e Bristol, Lord Salt rifiuta di accettare una sola ghinea delle diecimila sterline,” continuò Arthur Ellis dopo una breve pausa per schiarirsi la gola per il nervosismo. “Inoltre Lord Salt ordina a Miss Despard di portare nel matrimonio solo quello che possedeva nel momento in cui le è stata negata la protezione della casa di suo padre, sir Felix Despard, Signore di Despard Park, Wiltshire. Così, tutto quello che le è stato regalato da Jacob Allenby, vestiti, gioielli, denaro, materiale di scrittura, porcellane, biancheria, mobili, servitori, cavalli e carrozze, in effetti tutto quello che è stato comprato con il denaro di Jacob Allenby non farà parte della sua dote. Questi articoli saranno scartati ed eliminati prima del matrimonio.

“Dopo il matrimonio, Lord Salt proibisce a Lady Salt di vivere a Londra, di visitare Bath o i suoi dintorni o di visitare Bristol e i suoi dintorni. Lord Salt ordina a Lady Salt di vivere tutto l’anno nello Wiltshire a Salt Hall. Lady Salt sarà confinata a Salt Hall e potrà passeggiare solo nel parco immediatamente circostante gli edifici principali di Salt Hall. Lady Salt non potrà avventurarsi oltre il lago o i giardini senza l’espresso permesso scritto di suo marito. Lady Salt non potrà prendere l’iniziativa di visitare gli affittuari di Lord Salt, il vicario e sua moglie o visitare il villaggio locale di Salt Hendon.

“Lady Salt ha il permesso di suo marito di fare quello che le piacerà con i suoi appartamenti nella magione. I suoi appartamenti consisteranno nella sua stanza da letto e sei camere confinanti più una stanza e uno spogliatoio per la sua cameriera personale ma le restanti cento sessanta sette stanze devono restare come le avrà trovate e la stessa cosa vale per i terreni, per il padiglione d’estate vicino al lago, un luogo all’interno del parco espressamente proibito a sua signoria. Una volta l’anno, quando Lord Salt aprirà la sua casa per la caccia, Lady Salt resterà confinata nei suoi appartamenti e nel piccolo giardino delle rose e nel cortile annesso. Lady Salt potrà ogni tanto ricevere visitatori a Salt Hall. Lord Salt dovrà approvare per iscritto i visitatori prima del loro soggiorno. Nessuno con il nome Allenby potrà entrare nelle terre di Lord Salt. Inoltre e alla fine—”

“No!” interruppe Jane, alzandosi. “Sopporterò tutto, milord, ma questo non lo tollererò! Potete spogliarmi di qualunque bene materiale datomi da Mr. Allenby, anche se non è una grave perdita, ma non potete togliermi i miei ricordi. Potete rinchiudermi nella vostra orrenda casa e dettare i miei movimenti, non sarà una grossa privazione, visto che sono piuttosto abituata a restare da sola, ma non mi toglierete l’unica famiglia che ho.” Tirò su col naso, per respingere le lacrime, fu un’azione prosaica che però fece sì che il segretario la guardasse in volto. “Tom è mio fratello,” continuò con voce più calma, girando la testa verso il Conte che non si era mosso dal suo posto accanto alla finestra, “Potete dichiarare che è mio fratello solo per la legge, ma è l’unico fratello, l’unico parente stretto cui sia importato qualcosa di me dalla morte di mia madre, quando non avevo ancora un anno. Ed è stato l’unico parente che ha continuato a curarsi di me dopo che ho lasciato la casa di mio padre. Lo amo teneramente. Non vi permetterò di bandirlo dalla mia vita. Deve potermi visitare quando lo desidera, oppure- oppure- oppure—”

“—oppure cosa, Miss Despard?” disse languidamente Salt, guardando la pioggia che picchiettava sulla finestra, “Punterete il vostro bel piedino e rifiuterete di continuare con questo matrimonio? Per favore, dite quella parola…”

Jane fissò l’ampia schiena per dieci secondi buoni e poi si sedette di nuovo, sconfitta. Serrò gli occhi per fermare le lacrime e lasciò cadere la testa, stringendosi forte le mani in grembo.

Il segretario sentì lo stomaco che si contraeva.

Alla fine il Conte voltò la schiena verso il cielo che si stava schiarendo e si appoggiò al davanzale.

“Vi chiedo scusa, Miss Despard,” disse a voce bassa. “Quando è stato redatto il documento non sapevo che al sig. Thomas Wilson era stato richiesto di assumere il nome di Allenby, secondo i termini del testamento di suo zio. Ellis correggerà il documento che dirà ‘nessun Allenby, eccetto Thomas Wilson Allenby, fratello di sua signoria Lady Salt, eccetera eccetera’.”

“Grazie milord,” rispose Jane, facendo inconsciamente ruotare l’anello di fidanzamento fuori misura e sospirando udibilmente per il sollievo.

Il Conte inclinò la testa incipriata e si voltò ancora verso la finestra ma non prima che il suo segretario vedesse il mezzo sorriso che gli torceva la bocca. “Ellis? Avete perso la facoltà di parlare? Continuate, vi prego. State dimenticando che avevo un altro impegno che richiede che sia altrove entro mezz’ora.”

“Sì milord, naturalmente,” mormorò il segretario e tossì, perché aveva visto il paragrafo seguente, l’ultimo, da leggere a voce alta e avrebbe voluto essere dovunque eccetto che in quel salotto, in piedi davanti a quella bella e giovane donna. L’interruzione appassionata di Jane aveva spezzato lo scorrere monotono delle sue parole e avrebbe quindi messo ancora più in evidenza quest’ultima clausola, “Inoltre, quando sua signoria Lord Salt sarà in residenza a Salt Hall, Lady Salt non farà domande, non interferirà o in nessun modo farà mostra di vedere, l’organizzazione domestica di suo marito—”

“Volete dire che porterete le vostre amanti a Salt Hall.”

Il segretario fece una pausa ma dato che la frase era stata pronunciata come affermazione e non come fosse una domanda, continuò, anche se non riuscì a frenare il rossore che gli imporporò le guance lentigginose.

“—questo non esonera in nessun modo Lady Salt dalle sue responsabilità come moglie rispettosa e obbediente. Qualora sua signoria desiderasse avvalersi dei suoi… dei suoi diritti coniugali, sua moglie si assoggetterà con muta obbedienza. Questo documento è datato in questo giorno… eccetera, eccetera.”

Il sig. Ellis sistemò rumorosamente le pagine per nascondere il suo imbarazzo, senza uno sguardo a nessuno dei due e andò in fretta verso il piccolo scrittoio di noce nell’angolo della stanza dov’era stato piazzato accanto alla finestra senza tende, per catturare gli spenti raggi di sole di una fredda giornata di gennaio. Prese il calamaio ma non aveva ancora fatto scattare il coperchio d’argento quando Jane gli rivolse la parola. La sorpresa fu tale che sobbalzò e avrebbe versato l’inchiostro sul davanti del suo elegante panciotto con i bottoni di lucido corno se il pollice non fosse rimasto appoggiato sulla linguetta del coperchio chiuso.

“Sig. Ellis?” Chiese Jane con un’espressione di perplessità alzandosi lentamente in piedi, senza allontanarsi dalla sua sedia, “Questo documento non menziona eventuali figli frutto del matrimonio.”

“Figli?” Ripeté il segretario con un filo di voce che si incrinava pronunciando quella parola, lanciando una veloce e significativa occhiata al suo datore di lavoro che rimaneva immobile. Lentamente, rimise a posto il calamaio sullo scrittorio e prese la penna, “Milady, io- io- mm- Miss Despard, non c’è—non c’è nessun paragrafo che tratti di questa eventualità. Non ci sono disposizioni per eventuali figli.”

Jane aggrottò la fronte, ancora più perplessa per la nota di scusa nervosa nella voce del giovane, “Sig. Ellis, questo documento è estremamente franco e quindi devo esserlo anch’io quando vi dico che è ragionevole pensare che se un marito esercita i suoi diritti coniugali—”

“Ellis, siate tanto cortese da aspettare un momento nel corridoio,” ordinò Salt con un brusco cenno della testa verso la porta. Guardò il suo segretario che sistemava in fretta i fogli di pergamena, la penna e l’inchiostro prima di precipitarsi fuori dalla stanza con un breve inchino, “Povero Arthur. Lo avete sconcertato, Miss Despard.”

Jane guardava perplessa la porta ma si voltò quando lo sentì parlare e guardò apertamente il Conte, “Sì, probabilmente sì. Mi dispiace perché è un giovane amabile ma non vedo perché dovrebbe essere così imbarazzato, quando è da presumere che se un marito e una moglie dividono il letto—”

“Miss Despard, sono incapace di procreare un figlio.”

Questa dichiarazione fu salutata con una tale espressione di incredulità inorridita che il Conte fece una risata genuinamente divertita, permettendo infine a Jane di vedere il suo splendido sorriso bianco.

“Mia cara Miss Despard! Impagabile! Lo sguardo sul vostro bel volto è—impagabile. Mio Dio! Devo proprio dire che sono lieto che non siate una vergine. Solo una donna abituata ai piaceri della carne in camera da letto potrebbe mal interpretare in quel modo quella dichiarazione. Accettate le mie scuse per avervi sconcertato.” Le rivolse un inchino, con il sorriso che scompariva in fretta come era arrivato. “Sono ancora un uomo virile, Miss Despard. Quello che avrei dovuto dire, per essere perfettamente chiaro, è che anche se sono perfettamente in grado di compiere l’atto, i medici mi dicono che mi è impossibile ingravidare una donna.”

“Com’è possibile?”

Salt alzò gli occhi dai suoi guanti di fine nappa e vide che era una domanda sincera e non era stata posta per metterlo a disagio. Doveva ammettere a malincuore che preferiva il suo approccio diretto alle timide dissimulazioni della maggior parte delle donne.

“Anni fa sono caduto da cavallo mentre saltavo una staccionata. Sono atterrato duramente e in modo scomposto su una parte molto preziosa della mia anatomia. È stato straziante. I miei—mm—testicoli si sono gonfiati come mele, sono diventati neri e duri. I medici esperti che mi hanno curato mi hanno avvisato che anche se il gonfiore e gli ematomi sarebbero spariti, avevo presumibilmente sofferto di qualche lesione interna che mi avrebbe lasciato sterile. Da quando sono guarito, ho avuto la soddisfazione di darmi da fare con impunità. Nessuna della mia lunga fila di amanti mi ha presentato un bastardo e questo dovrebbe confermare la dotta opinione dei medici.”

“Anni fa? Quanti anni fa?”

“Dieci.”

Dieci anni fa?” Jane impallidì. Allungò la mano verso lo schienale della sedia per tenersi in piedi. Se si credeva sterile allora… non sapeva che l’aveva messa incinta quella notte nel padiglione d’estate… la sua nota non gli era mai arrivata… non aveva scelto di ignorarla… e non lo sapeva dopo tutti questi anni… ma certamente… tante domande e possibilità le ronzavano in testa, tanto che si sentì ondeggiare e pensò fosse prudente ricadere sulla sedia. Alzò gli occhi su di lui, “Milord, quello che dite non è possibile.”

Imbarazzato dalla sua acuta delusione al sentire quella notizia e irritato perché sentiva una fitta di senso di inadeguatezza per non essere in grado di fornire a questa Jezabel senza cuore una torma di marmocchi, rispose secco, con impazienza, “Miss Despard, non solo è possibile, è un fatto. Ora mi scuserete. La mia carrozza verrà a prendervi domani alle undici e mi porterà nella mia casa a Grosvenor Square dove si terrà una cerimonia privata senza pompa.” E, se Dio vorrà,” mormorò tra sé e sé mentre attraversava tappeto turco, “Con pochissime persone presenti a testimoniare la mia umiliazione.”

Un lacchè dall’espressione impassibile aprì la porta al Conte.

I fogli di pergamena sul piccolo scrittoio, che aspettavano la firma di Jane svolazzarono ma furono ignorati.

Jane si costrinse ad alzarsi e a rincorrerlo, determinata a dirgli qualcosa ma i suoi pensieri erano un tale caos di emozioni confuse che non aveva idea di come cominciare o di cosa dirgli. Certamente non poteva trovare il coraggio di informarlo subito che i medici che avevano diagnosticato la sua sterilità avevano preso un granchio. Non le avrebbe mai creduto senza prove. I sermoni continui di Jacob Allenby sui sistemi peccaminosi della nobiltà l’avevano convinta che il Conte non era il tipo da preoccuparsi degli eventuali frutti dei suoi accoppiamenti e non aveva mai avuto ragione di non credergli. Ma qui c’era il Conte che affermava di essere sterile e credeva di esserlo stato per gli ultimi dieci anni! Allora perché Jacob Allenby le aveva mentito? Come avrebbe potuto far ricredere il Conte? E quando?

Jane non sapeva che cosa dire o come informare il Conte che era fertile come chiunque altro senza scoppiare in un fiume di lacrime per la perdita che lei aveva sofferto. Così tenne la bocca chiusa. Quando si fosse presentata l’occasione glielo avrebbe confessato, ma non era il momento giusto.

Sulla porta, il Conte esitò, si voltò girando sul tacco basso e quasi si scontrò con Jane che gli era quasi addosso. Jane riuscì a fermarsi quando era a pochi centimetri dal cadergli tra le braccia che il Conte aveva istintivamente teso in avanti per impedirle di cadere. Erano così vicini che le sue sottane col cerchio si spiegazzarono contro le sue lunghe gambe muscolose e lei colse un accenno della sua colonia maschile. Era un profumo talmente evocativo che fu presa da un’improvvisa fitta di desiderio, e rimase così sorpresa che fece in fretta in passo indietro e abbassò la testa.

Salt le alzò gentilmente il mento con un dito guantato, obbligandola a guardarlo negli occhi. Senza una parola, scrutò il suo bel viso con le sopracciglia aggrottate. I liquidi occhi blu di Jane lo fissavano con una tale franchezza che avrebbe quasi potuto credere che lei fosse senza colpa. La curva imbronciata delle sue labbra era rossa come un bocciolo di rosa, fatta per essere baciata tanto che avrebbe voluto schiacciarle le labbra con la sua bocca finché fossero ammaccate e insensibili.

Ammaccato e insensibile…

Ecco come si sentiva, come si era sentito per così tanti anni che oramai aveva perso ogni speranza. Voleva biasimare lei e la falsa promessa di amore e devozione che aveva assaggiato nei suoi baci. Una bellezza come la sua era assolutamente ammaliante ma anche così sventuratamente ingannevole. Detestava tutto di questa giovane donna che doveva diventare sua moglie e contessa ma non era possibile sbagliarsi sul suo fascino. Lo aveva catturato quattro anni prima, intrappolato, gli aveva fatto perdere le testa, dimenticare tutto quello che gli era stato insegnato sull’essere un gentiluomo e che cosa doveva al proprio nome e gli aveva fatto gettare al vento la cautela.

E lui aveva permesso al cuore di dominare la testa.

In una sola notte di passione aveva rovinato una ben educata ragazza di buona famiglia, distrutto il suo onore e dato a Jacob Allenby i mezzi con i quali ottenere la sua vendetta. Si odiava per quello che le aveva fatto, ma la disprezzava per non aver avuto la forza di carattere di credere in lui, di aspettarlo, di essere costante e fedele. Non aveva aspettato. Peggio ancora, non aveva tenuto nascosta la loro notte di passione, come aveva promesso ed era corsa a mettersi sotto la protezione di Jacob Allenby, un uomo che lui odiava e disprezzava, un reprobo che indossava la maschera di trombone moralista.

Il trascorrere del tempo e le innumerevoli amanti lo avevano convinto di essere guarito da Miss Despard. E poi, due anni prima, durante la caccia, si era imbattuto in lei che coglieva funghi in un campo disseminato di fiori selvatici appena sbocciati e si era reso conto, con uno spaventoso colpo al cuore, che stava mentendo a se stesso. Non era guarito. Il senso di colpa per averla rovinata e il desiderio di averla ancora si erano solo inaspriti. Era caduto ancora più in basso dando la sua parola al padre di lei morente che avrebbe effettivamente onorato l’impegno che aveva preso con lei nel padiglione d’estate, il giorno del suo diciottesimo compleanno e l’avrebbe sposata.

Sarebbe valsa la pena di soffrire l’umiliazione davanti agli amici e alla famiglia, sposandola, se non altro per cancellare il carico di colpa e restituirgli il senso dell’onore.

Almeno avrebbe potuto continuare la sua vita con una coscienza pulita e il senso di aver raddrizzato un grave torto. Che la volesse ancora, disperatamente, era qualcosa da cui poteva facilmente guarire. Ne avrebbe fatto sua moglie, l’avrebbe portata a letto e poi l’avrebbe bandita nella sua tenuta, desiderio e onore entrambi soddisfatti. Però il gentiluomo in lui cercava di fare un ultimo futile tentativo di obbligarla a rendersi conto in quale sorta di unione si stava mettendo.

“Miss Despard, siete una donna giovane con molti anni fertili davanti a voi. Con il vostro volto e la vostra figura potreste facilmente accalappiare un marito ricco in grado di darvi dei figli. Liberate questo sterile Conte dal suo obbligo.”

Jane fece una riverenza ma tenne la testa bassa perché aveva gli occhi pieni di bollenti lacrime di vergogna. Nella sua voce risuonò un rimpianto sincero, “Mi dispiace non potervi compiacere, milord, ma devo sposarvi.”

Ci fu un un attimo di silenzio e poi il Conte se n’era andato e la porta sbatteva così forte che Jane sobbalzò e fece un involontario passo indietro temendo che fosse uscita dai cardini. Rimasta sola, crollò al suolo con le sottane fluttuanti come un pallone e diede libero sfogo alle sue emozioni.

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