Fidanzamento Mortale
UN POLIZIESCO STORICO GEORGIANO
Alec Halsey Crimini e Romanticismo Libro 1

Translator/Traduttore Mirella Banfi

Italian translation of Deadly Engagement
E’ il 1763. Il diplomatico di carriera e investigatore dilettante Alec Halsey è invischiato negli omicidi e nel caos in una tenuta di campagna. Deve anche affrontare i demoni della sua passata vita amorosa e un crudele scherzo del destino gli rivela perché suo fratello lo odia tanto e perché farebbe qualunque cosa per rovinarlo. Se vi piacciono i libri di Sebastian St. Cyr e Julian Kestrel allora vi piacerà questo amalgama di


Deluxe Trade Paperback  ISBN In uscita
Ebook  ISBN 9780987375148
Kobo   ISBN  1230000107126
Kindle  ASIN B00AZ0I5OS
Alec Halsey Crimini e Romanticismo Libro 2…
eBOOK

   

   

Edizione Cartacea


In uscita
★★★★ Amazon (italia)
Molto carino! Lo scenario è da classico del giallo: una festa di fidanzamento in una villa in campagna. Un tentato stupro e diversi omicidi lo renderanno indimenticabile. L'autrice è davvero brava,ha i ritmi giusti del giallo e ha anche la capacità di creare degli ottimi cattivi. E questo l'ho notato anche negli altri suoi libri: con i cattivi, la Brant, non sbaglia un colpo. Se lo scenario è classico, devo dire che il libro invece è abbastanza originale, sia per i temi trattati sia per i personaggi e il modo che hanno di relazionarsi. E Alec, è davvero un ottimo protagonista. Lo consiglio a che ama il romantic suspance (anche se storico vi piacerà) nel suo genere è un bel libro, ottimo per staccare qualche ora la spina.
—nene




★★★★ Amazon (italia)
Molto ben scritto, descrive bene le scene che sembra quasi di vederle. La collana di questi libri è stata perfettamente scritta e anche tradotta!
—VALERIA53




★★★★ Amazon (italia)
Un altro bellissimo romanzo della Brant. Tutti i romanzi di questa autrice mi sono piaciuti senza riserve: scrittura scorrrevole, storie avvincenti, personaggi indimenticabili ed una accuratissima ricostruzione dell'epoca. Imperdibile per gli amanti del genere.
—Marina Conti Iennaco

ANTEPRIMA

LONDRA, PRIMAVERA 1763

ALEC HALSEY entrò a grandi passi nell’enorme atrio della St. Neots House, residenza della sua madrina, la Duchessa di Romney-St. Neots e si affrettò a togliersi il pastrano, i guanti di pelle, cinturone e spada. Consegnò il tutto a un cameriere in attesa e poi salì lo scalone ricurvo di marmo due gradini alla volta. Si fermò sul pianerottolo del primo piano, come ricordandosi le buone maniere e si chinò sopra la balaustra di mogano. “Neave?” Disse al maggiordomo, “Informate la Duchessa che sarò da lei tra un momento!”

“Sua Grazia ha ospiti a pranzo, signore!” Gli rispose Neave alzando la testa dall’atrio cavernoso. “E Miss Emily è—” la testa di riccioli neri di Alec Halsey scomparve dalla visuale e il maggiordomo si voltò di colpo, vide due servitori che si destreggiavano con gli effetti personali del visitatore e puntò il dito contro il più giovane, un giovanotto con le lentiggini e una testa di capelli rossi. “Andategli dietro! Non deve disturbare Miss Emily. Ti giochi il lavoro, ragazzo!”

Alec era nel corridoio che portava alle stanze occupate dalla nipote della Duchessa quando un respiro affrettato alle sue spalle lo fece voltare. Un giovane servitore arrivava di corsa dietro a lui, quasi come un cucciolo che non fosse ancora cresciuto a sufficienza per le sue lunghe gambe.

Da dietro una porta a due battenti arrivava il suono di chiacchiere femminili e risate.

“Signore? Per favore, No!” Lo implorò il giovane servitore, fermandosi di colpo davanti all’alto gentiluomo delle membra agili. “Non potete entrare! Il Sig. Neave mi licenzierà se lo farete!”

Alec si fermò con le lunghe dita intorno alla maniglia e fissò il ragazzo con le lentiggini che abbassò rispettosamente gli occhi trascinando i piedi. C’era qualcosa di stranamente famigliare nel ragazzo, che lo fece riflettere. “Come ti chiami?”

Il servitore sobbalzò. La voce piacevole, dalla parlata lenta, non era arrabbiata, solo curiosa e gli fece alzare la testa diffidente, mentre si chiedeva quale fosse il motivo della domanda del gentiluomo. Ma non c’era il minimo accenno di insolenza negli occhi azzurri, gentili e amichevoli che si increspavano agli angoli; niente arie studiate o voce affettata come tanti dei visitatori della St. Neots House. Perfino gli abiti che indossava questo gentiluomo non erano niente di straordinario; niente bordi d’argento, niente pizzo spumeggiante ai polsi, niente fibbie di diamanti sulle linguette delle scarpe di pelle; solo buon panno scuro, una semplice cravatta di lino e scarpe dal tacco basso. Forse avrebbe potuto ragionare con lui senza farsi dare uno scappellotto sulle orecchie per aver fatto il suo lavoro. “Chiedo scusa, signore. Mi hanno battezzato Thomas Fisher, ma tutti mi chiamano Tam, signore.”

“Thomas Fisher,” ripeté Alec, frugandosi nella memoria; non gli veniva in mente niente. Seguì lo sguardo del ragazzo verso la porta. “Beh, Thomas Fisher, io ho intenzione di entrare, con o senza la tua approvazione. Ritieni che sia abbastanza presentabile da annunciarmi?”

Tam si chiese se stava per prendersi una girata. C’era uno sguardo in quegli occhi azzurri che non riusciva a capire. Se Neave l’avesse scoperto a conversare con un visitatore si sarebbe trovato un’altra volta per strada. E i gentiluomini che venivano in visita, se erano dei gentiluomini, non entravano negli appartamenti privati di una signora; certamente non sollecitavano il parere dei servitori. Quindi strinse i denti e mise giusto quel pizzico di insolenza nella voce per rimettere al suo posto quel gentiluomo. “Presentabile, signore?”

Alec alzò una mano. “Non sono fragile, forza, sputa il rospo. Sono i capelli, vero?” disse, raccogliendo nitidamente i capelli lunghi fino alle spalle sulla nuca e legando nuovamente il nastro che li teneva a posto. “Non abbastanza cera e niente cipria, non sopporto né l’una né l’altra!”

Suo malgrado, Tam sorrise, “È proprio come dite voi, signore. Le scarpe andranno bene. Alle donne non interessa un tubo se c’è polvere sulle scarpe, però vogliono che un gentiluomo sia in ordine. Almeno è quello che dice Jenny. Non sopporta una parrucca fuori posto oppure senza abbastanza cipria. Dice che non è giusto. Ma i vostri capelli—”

“—sono al naturale. Sì, è la mia unica concessione alla vanità,” disse Alec ammiccando e scivolò dall’altra parte della porta prima che il servitore potesse fermarlo.

Tam imprecò sottovoce e si precipitò dietro a lui, dicendo, mentre entrava in un salottino decisamente femminile, “Per favore, signore! Miss Emily è con la sarta. Non riceve visitatori e dubito—”

“Non preoccuparti, Tam, ti coprirò io con Neave.”

“—che noterà i vostri stivali o i capelli per via dei festeggiamenti.”

Questo fece fermare di colpo Alec Halsey che si voltò e lo fissò, sorpreso. “Festeggiamenti?”

Tam si avvicinò. “I festeggiamenti per il fidanzamento, signore. Ci sarà una festa nel finesettimana, qui. Qui alla St. Neots House.”

“Festeggiamenti per un fidanzamento? Qui?

Tam vide l’espressione di completa confusione del gentiluomo. Era ovvio che questa svolta gli era completamente nuova. “Sì, signore. Non siete stato informato, signore?”

“Sono tornato ieri dal Continente. Sono stato assente otto mesi. Festeggiamenti per un fidanzamento, dici. Di chi?”

“Miss Emily, signore.”

“No!”

“Sì, signore. Miss Emily si è fidanzata.”

“Quando?”

“Scusate, signore?”

“Quando. Quando è successo?”

“Jenny, è la cameriera di Miss Emily—”

“So chi è Jenny!”

Tam abbassò gli occhi. Non aveva mai visto un volto diventare bianco come un lenzuolo. Aveva sentito quell’espressione. La governante la usava di continuo. Ora ne era testimone. Il volto spigoloso di Alec Halsey non solo aveva perso il suo colore naturale, ma sotto la cravatta di lino la gola si era chiusa. Di colpo sembrò malato. Tam si chiese se non fosse il caso di andare a prendere un brandy.

Alec deglutì. “Non intendevo… è solo che—”

“Non serve che spieghiate, signore,” disse in fretta Tam, distogliendo lo sguardo e strascicando i piedi, percependo l’imbarazzo del gentiluomo. Avrebbe voluto poterlo aiutare in qualche modo. Non gli piaceva il fidanzato di Miss Emily, nonostante Jenny ritenesse il Conte di Delvin il più bel nobiluomo in tutto il regno. Lord Delvin sicuramente si presentava ben vestito, con la parrucca incipriata all’ultima moda, redingote con le spalle aderenti di seta a ricami preziosi, diamanti sulle fibbie delle scarpe e metri e metri di pizzo spumoso ai polsi e alla gola, ma c’era qualcosa in quel nobiluomo che non quadrava. Tam avrebbe voluto avere una prova tangibile a sostegno di questa sensazione, specialmente quando Jenny insisteva a cantare le lodi del Conte. “Jenny mi ha riferito, signore,” disse un po’ cupo, “che Miss Emily si è fidanzata tre giorni fa.”

“Tre giorni…”

Tam fece una smorfia all’infelicità palese nella voce profonda. “Mi—mi dispiace, signore.”

Ci fu un lungo silenzio. Fu interrotto da Jenny che corse fuori dalla camera della sua padrona, con la testa voltata mentre diceva qualcosa, e si scontrò direttamente con Tam. Ricadde indietro di un passo e si mise la mano tra i capelli. “Tam? Che cosa ci fai—Oh!” Vide Alec e fece una riverenza rispettosa. “Mr.—Mr. Halsey? Signore!” spalancò gli occhi e diede un’occhiata a Tam, che teneva gli occhi bassi e le mani dietro la schiena.

Ci fu un fruscio di sete dietro di lui, una o due voci che si alzavano per protestare, e poi Emily fu lì in piedi in tutta la Sua Grazia, riccioli color paglia raccolti dalle spalle con due lunghi spilloni. Aveva un abito nuovo di seta fantasia tenuto assieme dall’imbastitura e che aveva bisogno di ritocchi al corpino, perché era troppo scollato per piacere alla Duchessa.

Madame la sarta francese era al suo fianco, e la invitava a tornare nella sua stanza per poter continuare il suo lavoro. Vedendo il gentiluomo diede uno strillo francese di allarme. Jenny si voltò per nascondere la sua padrona dagli occhi curiosi ma quando Emily vide chi era dimenticò gli spilli e si gettò contro la forma immobile di Alec.

“Siete a casa, finalmente! Non avete idea di quanto mi siete mancato. La nonna non mi ha detto una parola. Avete cospirato per sorprendermi? È proprio da voi. Oh, è così bello rivedervi.” Gli afferrò la mano e lo tirò nella stanza, senza accorgersi che l’umore di Alec non rispecchiava il suo. “Attento a dove mettete i piedi. È il giorno delle prove, oggi. Jenny? Jenny! Dimentica il tè, porta dello champagne.Sì. Lo champagne. Festeggeremo il ritorno di Alec.” Cacciò via la sarta e le sue assistenti. “Mi toglierò questa stupida cosa e poi potrò darvi il benvenuto a casa. Allora, ditemi. Che ne pensate dell’abito? Lo approvate?”

“Il corpino è indecente.”

“Così dice la nonna. Ma è la moda.” Scomparve dietro un paravento decorato in un angolo della stanza piena di sole e Madame la seguì, chiocciando nel suo inglese stentato. “Sarete contento di me. Ho tenuto in esercizio Phoenix,” gli disse Emily da dietro il paravento. Immagino che ora lo riporterete a St. James Place? Ecco!”

Quando riapparve, Alec era accanto alla finestra e guardava fuori sul vasto prato a est, senza vedere nulla. Avrebbe desiderato essere ovunque ma non lì. Si sentiva improvvisamente esausto. Quando Emily si avvicinò e gli tirò scherzosamente la manica non riuscì a guardarla.

“Sono vestita decentemente,” gli disse, sedendosi sulla panchetta sotto la finestra davanti alla quale stava lui. “Fino al collo e ho perfino le scarpe ai piedi!” quando Alec non rispose alla sua battuta scherzosa, aggiunse, in tono tranquillo, “Com’era Parigi? Mi avete portato qualcosa di meraviglioso? Qualcosa da indossare? O forse qualcosa per questa stanza? E vi devo ringraziare per il ventaglio che avete mandato a Natale. È splendido, la nonna era quasi invidiosa.”

Alec si voltò e guardò la stanza in disordine, i folti tappeti coperti di figurini e tessuti, i quadri familiari sulle pareti con la tappezzeria di carta fantasia, ma non lei. Tutto era come lo ricordava. Era venuto lì spesso. Per prendere il tè al tavolino accanto alla finestra. Per sentire le ultime notizie della città e dirle in cambio gli avvenimenti delle Corti Continentali. L’espressione sul volto di Tam! Il ragazzo non aveva idea, no? Si chiese se Jenny non gli stesse dando una bella strigliata proprio in quel momento.

Jenny tornò nella stanza proprio allora, seguita da Tam che portava un vassoio. Lo depose su un tavolino accanto all’insieme di divani, chaise longue e poltrone e diede un’occhiata ad Alec, trovandolo che lo fissava con uno sguardo vacuo. Anche Jenny se ne accorse e a una parola detta in fretta, Tam, li lasciò soli.

“Vi ho portato un brandy, signore,” disse gentilmente Jenny.

“No, Jenny, berremo champagne, vero, Alec?”

Alec prese il bicchiere di brandy e lo bevve senza gustarlo.

Emily sorseggiò il suo champagne, pensierosa. “Adesso vi daranno un incarico qui, vero? Non—non andrete via subito ancora, no?”

“Come si chiama?”

Emily sbatté gli occhi alla sua rudezza. “Scusate?”

“Il nome del vostro fidanzato” enunciò freddamente. “Come—si—chiama?”

Si sentì grattare alla porta e Jenny fu lieta di andare ad aprire, lasciando Emily da sola e, per la prima volta in vita sua, a disagio con il figlioccio di sua nonna. Non capiva la sua freddezza. Quante volte le aveva fatto la predica, come un fratello maggiore, sull’importanza di farsi guidare dai più anziani ma di non lasciarsi costringere a un matrimonio che non desiderava. Ed era esattamente quello che aveva fatto. Forse aveva bisogno di essere rassicurato? Fortificata da un sorso di champagne, lo fissò coraggiosamente e disse.

“Voglio sposare Edward. Quando ha chiesto la mia mano, la nonna mi ha informato che la decisione doveva essere mia, che non dovevo accettarlo se non volevo. Ma,” disse con una voce più chiara, con la felicità che le dava forza, “Io voglio sposarlo, lo voglio tantissimo.”

“Edward? “Edward…” ripeté sommessamente Alec. “Non è molto da cui partire. Chi è questo tizio?”

“Ci eravamo incontrati solo in poche occasioni, e solo in riunioni pubbliche, ma ho capito subito che se me l’avesse chiesto lo avrei accettato,” continuò Emily perché Alec sembrava poco convinto. “La nonna è molto felice per me, specialmente perché sposerò un Conte.” Guardò le bollicine dello champagne, aggiungendo nervosamente, “Non che questo voglia dire molto per voi—”

“No. Non mi interessano i titoli,” dichiarò. “Edward, Conte di che cosa?”

“—ma è importante per la nonna,” disse fermamente Emily, finendo la frase nonostante fosse vicina alle lacrime. Desiderava che tornasse Jenny. Non sapeva per quanto avrebbe resistito a restare lì seduta, con Alec che sembrava proprio considerare il suo fidanzamento come la peggior notizia che avesse mai ricevuto. “Edward mi aveva avvisato che l’avreste presa male,” gli confessò ingenuamente. “Ma io gli ho assicurato che volete solo la mia felicità. E voi volete che io sia felice, vero, Alec?” Chiese con una vocina flebile. “Nonostante i cattivi rapporti tra di voi, spero che capirete che lui vuole rendermi felice. È molto sollecito e amorevole e, oh—è tutto quello che una ragazza potrebbe voler in un marito. So che siete stati separati fin da quando eravate bambini. Potreste essere degli estranei, non fratelli…”

Alec smise di ascoltare nell’attimo in cui si rese conto che era fidanzata al suo fratello maggiore. Se era stato tramortito dalla sorpresa scoprendo che era fidanzata, ora aveva superato la capacità di pensare razionalmente scoprendo che l’uomo che gliel’aveva rubata era il suo stesso fratello; e questa non era la prima volta che suo fratello interferiva nella vita di Alec.

Sei anni prima Delvin aveva messo fine al fidanzamento di Alec con Selina Vesey. Un secondo figlio con solo un migliaio di sterline l’anno non aveva il diritto di sposare un’ereditiera, per quanto brillanti fossero le sue prospettive nel Ministero degli Esteri. Quando il suo fratello maggiore, che era anche capo della famiglia, aveva pubblicamente annunciato la sua opposizione a un’unione così disparata, il fato di Alec era stato deciso. Non solo dovette sopportare l’umiliazione di veder respinto il suo corteggiamento da parte del padre di Selina, era stato anche obbligato a restare a guardare mentre l’amore della sua vita era costretta a sposare George Jamison-Lewis, che aveva una rendita di diecimila sterline l’anno, era nipote di un Duca e uno degli amici di suo fratello.

Alec non si era aspettato di riprendersi completamente da quella delusione ma il tempo aiuta a guarire le ferite. E proprio quando si era convinto che chiedere in moglie Emily avrebbe significato continuare a vivere, l’interferenza tempestiva di suo fratello lo aveva derubato ancora una volta della felicità. Che cosa doveva fare?

Prima di sapere quello che stava facendo, si trovò a metà della scalinata ricurva, deciso, a fare che cosa non ne aveva idea. Sapeva solo che doveva uscire dalla St. Neots House, fuggire dai mille ricordi rinchiusi tra quelle mura e allontanarsi da Emily. Doveva trovare un posto dove pensare con calma e razionalmente. O almeno, un posto dove non dover pensare per niente…

UNA SIGNORA VESTITA con abiti a lutto stava salendo le scale ed era inevitabile che si scontassero, tale era l’ampiezza delle sue gonne e la cieca determinazione di Alec ad andarsene dalla casa di St. Neots. I riflessi pronti della signora le evitarono un capitombolo. Si afferrò alla ringhiera con una mano guantata, mentre l’altra si teneva alla manica del gentiluomo; il gruppetto che prendeva congedo al piano di sotto emise un sospiro collettivo di sollievo.

Fu solo quando il corpo della donna cadde pesantemente contro di lui e l’afferrò istintivamente che Alec si rese conto di essersi scontrato in piena velocità con qualcuno che saliva le scale. La tenne stretta contro il petto, con i cuori che battevano forte all’unisono mentre aspettava che entrambi riprendessero l’equilibrio. Nel breve momento in cui la donna fu tra le sue braccia, respirò il piacevole profumo fiorito dei suoi capelli e inesplicabilmente provò una fitta di nostalgia. Capì immediatamente chi era. La lasciò andare all’istante con una breve frase di scuse per averle stropicciato la seta delle sottane e sarebbe passato oltre, ma lei si mosse senza volerlo nella stessa direzione e si bloccarono nuovamente la strada a vicenda. Le scuse sommesse della donna finalmente fecero alzare gli occhi ad Alec, che la guardò in volto.

Era un gradino sotto a lui e aveva raccolto le gonne gonfie, mettendosi con la schiena diritta contro la balaustra di mogano per farlo passare. Eppure, Alec restava come incollato al gradino di marmo. La fissò come se fosse un’apparizione perché non era mai stato a meno di tre metri da lei negli ultimi sei anni. Non aveva mai immaginato di vederla vestita a lutto, anche se nei giorni più bui della sua disperazione glielo aveva augurato più e più volte. Ma non lì, non proprio in quel momento. Grandi occhi piedi di dolore lo fissavano e Alec voltò la testa, con il colore che gli copriva le guance ben rasate.

“Emily vi ha raccontato le sue notizie, Mr. Halsey?” chiese a bassa voce Selina Jamison-Lewis, con il sangue che le rimbombava tanto forte nelle orecchie a quell’incontro inaspettato da non riuscire a impedire alla voce di tremare. “Il suo fidanzamento, è—è stata una sorpresa per tutti noi.”

Gli occhi azzurri di Alec fissarono intenzionalmente i suoi abiti a lutto prima di guardarla nuovamente negli occhi. “Senza dubbio un annuncio intempestivo e deludente per voi, madame…?”

Le labbra di Selina si divisero ma non fidò a parlare, quindi restò in silenzio mentre lui le faceva un breve inchino e continuava per la sua strada, e lei arrossiva come i capelli del giovane cameriere che le sbatté rudemente contro la spalla mentre inseguiva Alec Halsey.

Alec ignorò il gruppetto di persone che si stava congedando accanto alla porta e si infilò tra i camerieri che li stavano aiutando, senza una parola o uno sguardo. Quando il maggiordomo si fece avanti con il suo pastrano, chiese la sua spada e tese la mano per i guanti. Neave gli disse qualcosa ma lui non stava ascoltando. Una mano ingioiellata gli toccò il braccio. Era la sua madrina. Ma Alec scosse via rabbiosamente la mano della Duchessa di Romney-St. Neots mentre afferrava il cinturone e la spada da un servitore, facendo perdere l’equilibrio alla Duchessa che inciampò facendo un passo indietro, per essere afferrata per il gomito dal suo maggiordomo. Cinque camerieri corsero in suo aiuto. Un uomo anziano con i capelli grigi brizzolati fece un passo avanti ma fu il Conte di Delvin che prese la faccenda nelle sue mani.

Il Conte picchiettò suo fratello all’altezza dei reni con la punta del suo bastone di Malacca.

“Hai fretta, Secondo,” disse Delvin strascicando le parole. “Non puoi andare in giro a scontrarti con le persone a farle cadere volenti o nolenti. Non è una bella cosa. Per niente. La cara signora Jamison-Lewis avrebbe potuto rompersi il collo sulle scale, proprio un momento fa, e tu per primo non vorresti vedere la bella e giovane vedova raggiungere il suo caro defunto così presto, no? Per un diplomatico certamente mostri una considerevole mancanza di buone man—”

Mancava solo quello. Alec gli strappò il bastone di mano e lo gettò via prima di spingere il fratello contro la parete più vicina, con una mano sugli strati di pizzo alla gola, con le lunghe dita che spingevano il mento del Conte in alto finché fu obbligato a guardare Alec direttamente negli occhi. Non all’altezza della forza del fratello minore, accresciuta dalla rabbia, Delvin offrì poca resistenza.

“Tu sanguisuga senza cuore,” gli sputò in faccia Alec. “Vorrei che non fossi mio fratello!”

Il Conte tentò di apparire coraggioso. “Sei un folle, Secondo,” sibilò malignamente. “È ora che impari qual è il tuo posto: nessuna donna vuole la seconda scelta.”

“Se vogliono te allora non vale la pena di averle,” lo derise Alec, con le dita che stringevano la gola del fratello finché questi cominciò a farfugliare cercando di respirare e artigliò la mano forte.

Un gruppetto di camerieri ammutoliti fissava i due gentiluomini che lottavano davanti alla porta aperta. Incantato come i suoi colleghi, il maggiordomo sembrava aver messo radici sul posto, finché la Duchessa ordinò che si facesse qualcosa per dividere i litiganti. Con uno schioccare di dita imperioso, Neave mandò via i camerieri. Toccò all’anziano brizzolato farsi avanti e mettere fino a questa lotta unilaterale tra i suoi nipoti.

“Alec! Basta!” ringhiò Plantagenet Halsey. “Lascialo andare.”

Alec lasciò andare immediatamente Delvin che cadde sulle ginocchia, annaspando per incamerare aria nel polmoni vuoti. Si alzò in fretta, cercando di riprendere l’apparenza arrogante, spazzolandosi le maniche della redingote di velluto e raddrizzando il pizzo ai polsi come se fosse stato toccato da qualcosa di sporco. Alec lo fissava con disprezzo, con i pugni stretti per la rabbia e la frustrazione. Vide il maggiordomo con gli occhi debitamente abbassati e accanto a lui il servitore dalla faccia lentigginosa che si era presentato come Tam. E quando guardò suo zio, vide tanta tristezza inespressa nei vecchi occhi azzurri che si voltò impaziente. Un’occhiata sulla scalinata, e c’era Selina, ancora sul gradino dove l’aveva lasciata. Dio, che cosa aveva fatto per meritarsi quella muta testimone? La sua umiliazione era completa, Alec fece un breve inchino alla Duchessa e uscì in fretta dalla casa.

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